giovedì , 16 agosto 2018
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Combattenti ad Aleppo, in Siria © Freedom House - www.flickr.com, 2012

Siria, Yemen, Iran: i grandi nodi del Medio Oriente

Lo scontro all’interno del mondo musulmano si fa sempre più complesso. Oltre alla caotica situazione siriana e alla strisciante competizione tra Iran e Arabia Saudita per la leadership regionale, si sono aggiunti altri due eventi che hanno contribuito a complicare ulteriormente il panorama strategico dell’area: il conflitto in Yemen e l’accordo con l’Iran. 

Il conflitto in Yemen

Innanzitutto, da fine marzo dieci Paesi arabi hanno dato vita ad una coalizione militare con l’obiettivo di combattere e sconfiggere l’insurrezione sciita degli Houthi in Yemen. Su richiesta del Presidente yemenita Abdu Rabu Mansour Hadi, oramai rifugiatosi a Riad, l’Arabia Saudita, con un forte appoggio del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), è riuscita a costituire una vera e propria “Coalizione dei Volenterosi”, formata solo ed esclusivamente da Paesi a maggioranza sunnita, tra cui l’Egitto, la Giordania, il Marocco, il Sudan e ovviamente i membri del CCG tranne l’Oman.

Da questo punto di vista, la situazione yemenita è specularmente opposta a quella in Siria: a Damasco, infatti, è un Presidente sciita ad essere combattuto sia da forze interne che esterne di matrice sunnite. A Sana’a, invece, è il governo sunnita a doversi difendere dalla ribellione sciita, apparentemente appoggiata – anche se non è ancora chiaro in che modo – da Teheran e da Hezbollah.

Entrambi gli scenari però condividono un comune elemento d’imprevedibilità: la presenza di organizzazioni terroristiche che combattono o si allineano con i “ribelli” di turno in base alle proprie necessità militari. Nel caso siriano, ISIS e Al-Nusra (solo per citare le più note) stringono relazioni sempre meno comprensibili, per chi le analizza dall’esterno, e sembra che abbiano optato per una temporanea cooperazione nell’ottica di un’avanzata militare verso il centro di Damasco. Nel caso yemenita, invece, Al-Qaeda nella penisola Arabica (AQAP) sembra organizzare attacchi sia contro obiettivi sunniti che sciiti. In entrambi i casi, proprio tale elemento d’imprevedibilità potrebbe rivelarsi decisivo per la soluzione (in bene o in male) di questi due conflitti.

Accordo con l’Iran: cambia la strategia americana in Medio Oriente?

Il secondo evento da porre in rilievo è ovviamente il tanto atteso accordo tra Stati Uniti e Iran. Sembra sia stata raggiunta un’intesa tra il Paese dell’Ayatollah Khamenei e il gruppo di contatto occidentale per quanto riguarda la questione del nucleare iraniano. Il “sembra” è d’obbligo dal momento che ancora mancano sia la firma dell’accordo (che dovrebbe arrivare a giugno), sia i dettagli tecnici dello stesso. Tuttavia, la ferma volontà di Washington nel raggiungere un’intesa, espressa anche dalla prolungata permanenza di John Kerry a Losanna (sede dei negoziati), sembra evidenziare una doppia volontà americana.

Da un lato, l’Amministrazione Obama ha voluto distanziarsi ulteriormente dalla tradizionale alleanza con Israele. Questo non significa certamente l’abbandono di una tale alleanza, ma è certamente sintomo di voler affrontare le questioni che riguardano l’intera regione in modo più equilibrato e meno monolitico. Inoltre, tale scelta implica di adottare un approccio dettato meno da convinzioni ideologiche o alleanze tradizionali e più da necessità prettamente nazionali e convenienze di lungo termine. Dall’altra, ed è questo il dato più importante, l’accordo con l’Iran potrebbe portare ad un peggioramento delle relazioni con le monarchie del Golfo, e soprattutto con l’Arabia Saudita, storico alleato americano. Se Obama ha deciso un tale passo significa che la dipendenza petrolifera da tali Paesi è minore rispetto al passato (e questo forse grazie allo “shale gas”), permettendogli uno strappo prima impensabile.

Inoltre, considerato che proprio le forze sciite (tra cui le brigate Al-Quds, Hezbollah e le forze irakene) sono le uniche a raccogliere vittorie militari contro i gruppi terroristici, è probabile che Obama voglia avere le mani libere per coordinare le proprie operazioni militari con quelle iraniane (adesso succede solo indirettamente) in una comune lotta contro il terrorismo.

Quanto detto dimostra come il quadro medio orientale si faccia sempre più complesso e imprevedibile. Ad oggi, non è possibile azzardare alcuna previsione. C’è però una sottile linea rossa che lega Damasco, Teheran, Sana’a e le organizzazioni terroristiche dell’area: non è escluso che risolto uno di questi tre nodi, si risolvano automaticamente tutti gli altri.

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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