NATO
Donald Tusk, Jens Stoltenberg e Jean Claude Juncker @ European Commission, 2016

Summit NATO a Varsavia: un vertice dal basso profilo

Tra l’8 e il 9 luglio 2016, il summit NATO di Varsavia ha segnato un momento paradigmatico della fase che l’Alleanza Atlantica sta vivendo: dopo i cambiamenti geopolitici che a partire dal 2011 hanno sconvolto e continuano a sconvolgere il vicinato europeo, il vertice di Varsavia non ha portato significative novità rispetto al vertice del 2014, quando le potenze occidentali riunite in Galles si trovavano ad affrontare l’allora recente crisi in Ucraina, la nuova postura offensiva russa, l’esfiltrazione dall’Afghanistan, e la sanguinosa guerra civile siriana.

Guardando infatti alla dichiarazione finale del summit, appare chiaro come i 138 paragrafi di cui il documento si compone rappresentino in larghissima parte una rassegna delle azioni e delle misure poste in atto dall’Alleanza per adattarsi ad una nuova realtà internazionale, più multipolare e meno prevedibile, dal rafforzamento del confine orientale europeo contro la rinnovata e latente minaccia di Mosca al consolidamento dei diversi strumenti di difesa collettiva.

Le ragioni dell’incertezza

Quest’assenza di particolari novità può essere collegata essenzialmente a due motivi principali: da un lato, si tratta di un rallentamento fisiologico legato alle tante misure adottate a partire dal 2014; dall’altro, molti dei Paesi chiave dell’Alleanza vivono momenti di concitata transizione interna. Negli Stati Uniti, lo spettro neo-isolazionista e demagogo del candidato repubblicano Donald Trump lancia un’immagine confusa di quello che sarebbe il suo approccio qualora dovesse divenire Presidente: dopo aver più volte criticato l’asimmetria finanziaria e materiale tra gli Stati Uniti e gli altri membri della NATO, di recente Trump ha addirittura messo in discussione il pilastro su cui l’Alleanza si fonda, l’articolo 5 che sancisce il principio di difesa collettiva.

Al di qua dell’Atlantico, la rinegozazione del rapporto tra UE e Regno Unito, secondo contributore al bilancio NATO, lascia una serie di incognite sul pilone europeo dell’Alleanza. In Francia, l’avvicinarsi delle elezioni nazionali, la debolezza del Presidente Hollande e la crescente popolarità del Front National di Marine Le Pen mal si declinano con un rinnovato impegno transatlantico dell’Eliseo e lo stesso avviene anche in altri Paesi europei, che stanno subendo una sterzata a destra nazionalista, anti-UE e anti-atlantista.

Gli unici due Paesi che per ora paiono andare in senso opposto sono l’Italia con il Libro Bianco sulla Difesa pubblicato lo scorso anno, e la Germania che ha recentemente pubblicato un documento di 83 pagine sulla necessità di rafforzare la cooperazione europea in tema di sicurezza e difesa.  Anche questo è però vero essenzialmente sulla carta, dal momento che il Libro Bianco italiano è stato pubblicato in uno dei momenti di picco del governo Renzi, che oggi invece naviga in acque molto più incerte, mentre il prossimo anno Angela Merkel dovrà sottoporsi ad un nuovo test elettorale.

La dichiarazione congiunta NATO-UE

Una buona notizia giunge invece in merito alla cooperazione NATO-UE, con una dichiarazione congiunta che pone nero su bianco la necessità di un nuovo corso nelle relazioni tra le due organizzazioni. Di fronte a una nuova serie di minacce e crisi che interessano direttamente il Vecchio Continente, la dichiarazione afferma il bisogno di “nuove vie per lavorare insieme e un nuovo livello di ambizione”.

Il documento elenca una serie di punti su cui l’UE e la NATO ritengono sia più urgente maggiore cooperazione. Tra questi emergono le minacce ibride, la cibersicurezza, il controllo del traffico migratorio marittimo, lo sviluppo di capacità interoperabili e complementari, maggiore cooperazione industriale, nonché il capacity building per il vicinato orientale e meridionale europeo. Nulla di nuovo dunque, ma con questa dichiarazione Juncker, Tusk e Stoltenberg hanno dato mandato al Servizio Europeo di Azione Esterna e al NATO International Staff di  proporre opzioni concrete e meccanismi di cooperazione entro dicembre 2016.

In definitiva, il summit del 2016 probabilmente verrà comunque ricordato come un summit di transizione di una NATO re-agente più che agente, alla ricerca di una nuova postura e i cui vertici, incerti sul futuro che li attende oltre la “nebbia di guerra” che si stende da qui ai prossimi 12 mesi, hanno preferito piuttosto guardare al passato, per rassicurarsi che i passi compiuti a partire dal 2014 siano stati quelli giusti.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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