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guerra in iraq
Bush e Rumsfeld nel 2003 © Marion Doss - www.flickr.com, 2003

Tredici anni dopo, la verità sulla guerra in Iraq

Tredici anni fa, il Presidente George W. Bush dava inizio all’operazione Iraqi Freedom, la guerra in Iraq, giustificandola all’opinione pubblica statunitense e mondiale con il presunto progetto iracheno di sviluppare armi di distruzione di massa e con il sospetto sostegno di Saddam al terrorismo di al Qaeda. Oggi, invece, un documento prodotto dalla comunità americana d’intelligence pochi mesi prima della guerra rivela come la stessa mettesse in forte dubbio le posizioni della Casa Bianca, affermando che mancavano prove sufficienti.

Una tesi, questa, appoggiata già allora ufficialmente dai Paesi dell’Europa centrale, Francia e Germania, i quali, insieme alla Russia, fecero mancare la legittimazione internazionale all’intervento. Contrariamente a quanto fatto da Gran Bretagna, Spagna ed Italia, che ne erano forti sostenitori, nonostante l’apparente interesse condiviso, da parte dei Paesi aderenti all’Unione, nei confronti delle eventuali minacce alla sicurezza derivanti dai piani iracheni.

Le tesi di Bush e Rumsfeld sull’Iraq

Con tono fortemente assertivo, l’amministrazione Bush jr. sosteneva nel 2002 che l’Iraq stesse violando standard internazionali col suo programma di sviluppo di armi di distruzione di massa; che possedesse armi chimiche e biologiche; e che Bagdad tentasse di nascondere tutto questo, ingannando la comunità internazionale. Secondo il Segretario alla Difesa statunitense di allora, Donald Rumsfeld, vi erano «prove inconfutabili» che l’Iraq ospitasse ed addestrasse esponenti di al Qaeda, in realtà basate sulle dichiarazioni dell’ex emiro del campo di addestramento di Khaldan, Ibn al Shaykh al Libi, poi ritrattate in quanto esternate «sotto tortura» da parte delle autorità americane.

Il documento declassificato

Il sito “Vice” ha pubblicato il National Intelligence Estimate, intitolato “Iraq’s continuing programs for Weapons of Mass Destruction”. Una prima versione era stata pubblicata nel 2004, ma subito censurata per questioni di “sicurezza nazionale”. Nel settembre scorso, John Greenewald ha chiesto alla CIA di decidere se alcune parti dello stesso documento potessero essere declassificate, fatto poi avvenuto nel gennaio scorso. Le conclusioni risalgono all’ottobre 2002, esattamente al periodo in cui l’amministrazione Bush si convinceva sempre più delle necessità dell’operazione.

“Nessuna prova sufficiente di supporto ad al Qaeda e di armi nucleari”

Secondo il rapporto, l’Iraq aveva probabilmente  una fabbrica di produzione dei vaccini e deteneva scorte di certi gas pericolosi, ma l’intelligence americana diceva di «non essere capace di stabilire se la ricerca su armi biologiche fosse stata ripresa».

Saddam non aveva nemmeno i mezzi per fabbricare armi nucleari: mancava il «materiale sufficiente» e le informazioni possedute sul personale impiegato non sembravano «coerenti con lo sforzo di intraprendere un piano di armi nucleari». La questione dei tubi di alluminio era giudicata centrale, ma il rapporto esprimeva forti riserve sul fatto che tali tubi servissero da centrifughe. Anzi, appoggiava il parere reso dagli esperti tecnici del Dipartimento dell’Energia, secondo il quale non erano destinati all’arricchimento dell’uranio. Tra l’altro, sosteneva l’intelligence americana, vi era «un’atipica mancanza di attenzione sulla sicurezza di tali operazioni».

Inoltre, il rapporto evidenziava come fosse impossibile definire in quale misura l’Iraq potesse «essere complice nel mettere a disposizione il proprio territorio per consentire il rifugio ed il transito di esponenti di “al Qaeda”». Saddam era «fortemente diffidente» nei confronti dell’islamismo radicale, e quindi verso tale organizzazione. Tuttavia, in caso di attacco da parte degli Stati Uniti volto al regime-change, Saddam avrebbe potuto affidarsi disperatamente ad “al Qaeda” e compiere attacchi, con agenti biologici piuttosto che chimici.

Mancavano, insomma, «informazioni specifiche» su «molti aspetti chiave» dei piani iracheni tali da giustificare la guerra del marzo 2003. Quindi, le motivazioni dell’amministrazione Bush jr. sarebbero da ricercare in altre ragioni politiche: ad esempio, nella pressione esercitata sin dagli ultimi anni Novanta, da parte dei neo-con, a favore d’un interventismo che tutelasse gli interessi israeliani, ostili al regime di Saddam.

L' Autore - Antonino Stramandino

Laureato, con lode, nella Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche, curriculum Politica e Sicurezza Internazionale, presso il campus di Forlì dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna. Ho svolto uno stage MAECI-CRUI presso l'Ambasciata d'Italia a Riad, dal quale ho preso spunto per la mia tesi magistrale dal titolo "L’Arabia Saudita tra petrolio e politiche per la diversificazione economica. Un’analisi dell’evoluzione del paradigma del rentierism". Sono giornalista pubblicista dal 2012 e mi sono occupato di cronaca, politica e sport cittadini sulle colonne del quotidiano messinese “Gazzetta del Sud”. Dal 2015 faccio parte della redazione di Europae, per la quale mi occupo di Relazioni Esterne UE e Medio Oriente.

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One comment

  1. Bellissima spiegazione, sempre molto interessante conoscere le verità nascoste per far passare tutto liscio.

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