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Ucraina: ideali vs. Realpolitik, l’Europa al bivio

Scriveva Carl von Clausewitz che i tre aspetti fondamentali della guerra sono l’elemento razionale rappresentato dal calcolo politico, l’elemento a-razionale (il caso) e l’elemento irrazionale costituito dal popolo. Centrali in questo ultimo elemento sono le idee, che da un lato sono il collante di un popolo e ciò che lo porta a mobilitarsi in caso di conflitto, ma dall’altro sono anche la sostanza principale della rappresentazione che le élites politiche hanno della propria comunità statuale. Elementi di realpolitik, quindi, sono strettamente correlati alle idee e ai valori condivisi prima di tutto da chi decide quali politiche attuare e, se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, essa è senza ombra di dubbio  dovuta tanto ad elementi materiali, quanto a quelli immateriali.

Questo è chiaro se si pensa al processo di integrazione europea. L’Europa, infatti, nel costituirsi come una nuova comunità politica ha da sempre assunto un’anima pacifista, ha relegato in subordine quelle idee di potenza che in passato hanno portato i suoi stessi membri a guerre fratricide. L’Europa ha così fatto la sua scelta di campo e, nel volersi allargare ad Est, non ha mai inteso attuare un’idea di potenza, bensì l’idea opposta: ancorare a sé l’Europa orientale ha sempre risposto all’idea di legare alla pace nuovi territori e i popoli che ne costituiscono l’anima.

Questi valori dell’Europa, tuttavia, non sono condivisi da tutti e, come ci insegna la crisi in Ucraina, ci sono parti del mondo – come la Russia – che ancora oggi hanno idee di potenza e le mettono anche in pratica. Non si può parlare di realpolitik, di sfera di sicurezza e di interesse nazionale russo senza considerare le idee di Putin di voler riportare la Russia ad essere una grande potenza. Putin non può sentirsi minacciato dall’Unione Europea che tende il ramoscello d’ulivo all’Ucraina, dato che conosce la riluttanza degli europei per la guerra. Dunque, siamo di fronte ad una crisi che non è dettata dal realismo – se così fosse l’Europa non avrebbe mai parlato di adesione dell’Ucraina, visti gli interessi energetici che la portano obbligatoriamente a parlare con Mosca – ma ad uno scontro, ad una divergenza di idee, di visioni.

Da un lato l’Europa che vuole allargare senza usare la forza l’area della pace globale, mettendo in atto una “politica irrazionale pacificatrice”. Dall’altro la Russia che, con una retorica che da tempo gli europei si erano scordati, mette in atto una “politica irrazionale di potenza”. E’ naturale che di fronte ad uno scontro tra idee così divergenti vengano poi messi in atto meccanismi di “securitizzazione”. Ed è quindi una logica conseguenza che da uno scontro di idee, si passi prima ad una crisi diplomatica, poi all’annessione della Crimea e, infine, a militarizzare tutto il confine ucraino in attesa del pretesto per invadere Kiev.

Di fronte a questa escalation e considerata la naturale riluttanza europea alla militarizzazione delle crisi politiche, è poi altrettanto naturale che l’Europa necessiti dell’ombrello protettivo statunitense. Non avendo mai contemplato la guerra come una possibile opzione per tutelare il proprio interesse ad estendere l’area di pace globale, l’Unione Europea si trova dunque privata di un credibile sistema di deterrenza da contrapporre a chi invece minaccia l’uso della forza per estendere il proprio dominio, giustificando la propria idea di potenza dietro la falsa scusa di voler tutelare la propria sicurezza e quella dei russofoni d’Ucraina.

L’attuale crisi in Ucraina pare quindi un avvenimento fondamentale affinché l’UE riconsideri il proprio ruolo internazionale. La Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), finora attuata per “pacificare” aree marginali del sistema internazionale necessita di una revisione. L’UE si troverebbe quindi di fronte ad un bivio: se da un lato vuole continuare ad allargare la “sfera di pace globale” verso Est, dall’altra deve essere pronta a difendere di volta in volta quegli Stati che in Europa vogliono entrare, poiché la idealizzano come un’oasi di pace e di prosperità. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, così come non ci si può rivolgere sempre agli Stati Uniti per proteggersi dagli effetti delle proprie politiche. L’UE deve essere in grado di riconoscere che se la guerra non è più un’opzione possibile al suo interno, essa resta sempre un’opzione possibile per gli altri attori internazionali e, quando ci si trova ad avere a che fare con questi, bisogna sempre essere pronti a difendersi. Con tutti i mezzi possibili.

In foto soldati della NATO a termine di un’esercitazione congiunta nel 2012 (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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One comment

  1. Edoardo Baratelli

    Buonasera.
    Trovo la sua analisi sbagliata e irrazionale per numerosi motivi.
    Il savio antico dice: “si vis pacem para bellum” ovvero la Russia non può non sentirsi minacciata nei suoi più vitali interessi dalla crisi ucraina; la perdita della base navale di Sebastopoli avrebbe gravemente menomato la capacità di proiezione di forza della marina russa in particolare per quanto riguarda la difesa dell’alleato siriano e di conseguenza il controllo potenziale degli enormi giacimenti di metano del mediterraneo orientale.
    Inoltre un ipotetico allargamento della NATO all’Ucraina avrebbe posto basi aeree a circa 500km (20 minuti di volo) dal cuore politico della Russia una situazione che come lei ben immaginerà non può essere tollerata dal cremlino perché avrebbe cagionato un gravissimo danno alle capacità di difesa russe.
    Questo per ricordarle il punto di vista russo sulla questione, che io giudico estremamente razionale.
    Ora le chiedo è interesse dell’Europa l’allargamento ad est, in particolare all’ucraina, o è l’attuazione di una datata idea strategica di un ben noto analista polacco in funzione degli interessi di una notissima potenza imperiale?
    Specifico che il termine imperiale non è usato in senso polemico ma come sintetica descrizione del reale.
    Se lei ha ragione nel sostenere che l’Europa deve dotarsi di più efficaci strumenti di deterrenza trovo che questi vadano rivolti contro chi frena per il proprio interesse una forte integrazione euroasiatica.
    Se interessato sono disposto a discutere nuovamente la questione con lei.
    Cordiali saluti.

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