venerdì , 17 agosto 2018
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Ucraina: le (poche) manovre militari dell’Occidente

L’ultimo bollettino della Special Monitoring Mission dell’OCSE (29 aprile) conferma una crescente instabilità e tensione nella parte più orientale dell’Ucraina, nelle aree di Kharkiv, Luhansk e Donetsk. Soprattutto nella provincia di Donetsk la situazione non è delle più limpide. Gli osservatori dell’organizzazione riferiscono di personale armato a presidio dei maggiori centri cittadini, dagli edifici amministrativi regionali all’emittente televisiva locale, nonché di continui scontri fra rivoltosi e forze di polizia rimaste fedeli al governo centrale.

Anche gli sforzi militari compiuti dal governo di Kiev per arrestare le operazioni dei rivoltosi non sembrerebbero portare a consistenti miglioramenti. La missione antiterrorismo lanciata dal presidente Turchynov a metà aprile risulta essere particolarmente inefficace sia nel riconquistare le cittadine occupate che nel negare ulteriori avanzamenti ai rivoltosi ed ai paramilitari. La stabilità interna del Paese, perlomeno nel suo estremo orientale, sembra essere fortemente compromessa, nonostante gli sforzi politici alla base dell’accordo firmato a Ginevra nelle scorse settimane. Leggermente diversa risulta essere la situazione sullo scacchiere internazionale.

Le manovre militari russe, sia in Crimea che sul confine orientale russo-ucraino, sembrerebbero aver destato, sebbene con un certo ritardo rispetto allo scorrere degli eventi, una più decisa reazione dell’Occidente e dell’Alleanza Atlantica. Proprio la NATO infatti si è adoperata per intensificare la presenza di vettori militari nelle aree limitrofe al confine ucraino. Agli inizi di marzo, in risposta all’invocazione dell’art.4 del Trattato Atlantico da parte della Polonia (consultazioni in caso di minacce alla sicurezza ed all’integrità di uno Stato membro), 2 velivoli AWACS sono stati utilizzati per il controllo e il monitoraggio di confini e spazi aerei.

Ulteriori provvedimenti sono stati da poco intrapresi al fine di garantire maggiore sicurezza ai governi di Lituania, Estonia e Lettonia, membri dell’Alleanza sin dal 2004 e privi di sensibili capacità militari soprattutto nel campo dell’aviazione. La copertura del loro spazio aereo, già garantita sulla base di accordi NATO (rotazione quadrimestrale di contingenti appartenenti ad altri Paesi), è stata intensificata sia in termini temporali (24/7) che in termini di unità impiegate. 12 fighter (nella fattispecie 4 Rafale, 4 Typhoon-Eurofighter, 4 F-16 e 4 MiG-29) sono stati messi a disposizione da Francia, Gran Bretagna, Danimarca e Polonia e stanziati presso la base militare di Siauliai (Lituania). Ulteriori 6 CF-18 canadesi dovrebbero essere schierati a breve in Romania.

Anche per ciò che concerne le contromisure navali sono stati intrapresi degli sforzi, che dovrebbero essere intensificati nelle prossime settimane. Lo Standing NATO Mine Counter-Measures Group ONE (composto da 3 unità caccia-mine battenti bandiera estone, belga e olandese, un dragamine e una nave di supporto norvegesi) è stato schierato nel Mar Baltico il giorno 22 aprile. Nel Mar Nero invece è previsto a breve il dispiegamento della fregata canadese Regina in supporto alla NATO Standing Maritime Force, composta dalla fregata statunitense USS Taylor, il cacciatorpediniere USS Donald Cook e dalla nave intelligence francese Dupuy de Lôme.

Dal punto di vista delle contromisure terrestri, nessuna manovra militare è stata intrapresa all’interno della NATO, sebbene provvedimenti ad hoc siano stati messi a punto dai singoli Stati. Gli Stati Uniti hanno avviato un processo di ri-acquartieramento di parte della 173° Brigata Aviotrasportata di stanza a Vicenza (quattro compagnie di circa 150 uomini ciascuna per un totale di 600 unità) presso basi militari in Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia al fine di garantire, non senza margini di dubbio, una maggiore e più forte presenza militare occidentale nell’area.

Qualcosa si muove, in sostanza. Rimane però l’incognita di quanto queste misure possano fungere da deterrente per eventuali ulteriori azioni di Mosca, soprattutto se si guarda alla loro entità, sia rispetto alla forze russe in campo che a precedenti dispiegamenti occidentali in altre aree di crisi.

Nell’immagine, un cacciatorpediniere della USS Navy, la “Hayler” (Wikimedia Commons)

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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