lunedì , 19 febbraio 2018
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Una dimensione marittima per la sicurezza europea

L’Europa ha una superficie tre volte inferiore a quella dell’Africa, ma le sue coste misurano una lunghezza totale superiore al triplo delle coste africane; il 90% del commercio estero ed il 40% del commercio interno europei avvengono via mare, rendendo l’UE è il più grande attore commerciale marittimo al mondo, detentore di circa il 40% della flotta mondiale e del più grande network di infrastrutture portuali (circa 200 siti) e primo attore globale in quanto a turnover di costruzioni navali. E non ha una strategia di sicurezza marittima.

Di questo paradosso si discute nella sottocommissione del Parlamento Europeo per la Sicurezza e Difesa (SEDE), dove si è tenuto ieri un dibattito cui hanno partecipato esponenti dell’accademia, del mondo politico e del comparto militare, nel contesto della discussione sulla dimensione marittima della Politica di Sicurezza e Difesa Comune. Il principale elemento emerso dal dibattito è l’assenza di una strategia marittima di sicurezza europea che prenda in considerazione in maniera onnicomprensiva tutti gli aspetti che fanno capo alle esigenze di natura civile e militare. L’UE ha già trattato questo tema ed esiste oggi una serie di documenti ad esso legati, primo tra tutti la Comunicazione della Commissione del 2007, intitolata “Una politica marittima integrata per l’Unione Europea”, che tocca alcuni aspetti chiave come la necessità di adottare un approccio sostenibile per la pesca, misure di sostegno alle aree costiere dell’UE, misure che salvaguardino l’ambiente marino e sottomarino dal sovrasfruttamento. Eppure l’attuale corpo legislativo lamenta ancora l’assenza di una strategia marittima che si focalizzi in maniera organica su tutti gli aspetti legati alla sicurezza dell’UE, tenendo conto dei tanti processi naturali e geopolitici che stanno radicalmente trasformando il quadro marittimo globale.

Tra gli elementi più rilevanti di tale strategia dovrebbero innanzitutto figurare le nuove minacce legate alla diffusione di terrorismo ed armi di distruzione di massa, che assumono proporzioni sempre più preoccupanti se si considerano i forti limiti alle attività di monitoraggio, dovuti alla crescita esponenziale delle imbarcazioni operanti in mare aperto, alla containerizzazione ed ai vincoli legali alle ispezioni legati alla bandiera battuta dai vascelli.

Un altro elemento cardine dovrebbe essere la sicurezza energetica: se da un lato l’UE sta investendo enormemente nella creazione di strutture di approvigionamento energetico terrestri, dall’altro occorre considerare che il 50% del petrolio ed il 60% del gas consumati nell’UE sono estratti off-shore. Rafforzare la sicurezza delle rotte marittime assicurerebbe una significativa diversificazione del portafoglio energetico europeo, facilitando l’approvigionamento da aree oggi piuttosto insicure eppure ricche di materie prime, come il Golfo di Guinea, il Mar Nero o le nuove rotte artiche. A questo si aggiungono le minacce alla sicurezza delle rotte commerciali dovute a tensioni internazionali, come dimostra la situazione del Mare Cinese meridionale.

Altro elemento dovrebbe essere la protezione di un ecosistema globale sempre più minacciato dal massiccio intervento umano e che amplifica il rischio di catastrofi naturali e di effetti nocivi sul cambiamento climatico, quest’ultimo elemento integrante della Strategia di Sicurezza Europea approvata nel 2003.

Occorre dunque guardare al mare ed agli oceani sotto tutti questi punti di vista, ed ancora una volta l’accademia ed il settore militare sono d’accordo nel sostenere che il principale ostacolo in tale direzione sia l’assenza di volontà politica da parte dei governi nazionali: Hugh Griffiths (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma, SIPRI) ed il Maresciallo di Squadra Lutz F. Feldt (ex capo di stato maggiore della Marina tedesca) hanno infatti sostenuto che l’UE dispone già delle capacità, dell’expertise e della tecnologia necessarie (ottimi esempi di cooperazione navale europea sono le missioni EUNAVFOR Atalanta ed EUCAP NESTOR), mentre il grande assente è l’impegno degli Stati membri a ridurre gli oneri burocratici e superare un’ottica meramente nazionale.

Un approccio basato sulla scambio d’infomazioni e sul pooling & sharing permetterebbe di ottimizzare le risorse e massimizzare i risultati. È necessario inoltre che questa strategia diventi il trampolino di lancio per un approccio internazionale multilaterale, l’unico in grado di rispondere in maniera efficace a sifde per loro natura transnazionali e non-statali.

Una strategia marittima di sicurezza europea appare dunque indispensabile, ma per risultare effettiva dovrà avere un carettere onnicomprensivo, collettivo e sostenibile, che tenga in considerazione la complessità delle sfide e delle minacce e che ponga la sicurezza umana come propria chiave di volta. Ancora un volta, spetterà al Consiglio Europeo decidere se accogliere o meno questo invito del Parlamento, se fossilizzarsi su un approccio di breve periodo che moltiplica costi e duplica le operazioni, oppure adottare una strategia caratterizzata da “vision, political courage and commitment”.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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