mercoledì , 15 agosto 2018
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Vertice NATO, riflettori su Afghanistan e Ucraina

A crucial summit at a crucial time”. Non poteva dare una definizione migliore Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO ormai a fine mandato, riferendosi alla due giorni che ha visto riunirsi a Cardiff, il 4 e 5 settembre, i Capi di Stato e di governo, i Ministri degli Esteri e della Difesa dei ventotto membri dell’Alleanza Atlantica. Il summit si è concentrato su due temi chiave: il ritiro dall’Afghanistan e la conseguente rimodulazione della presenza occidentale nel Paese e la guerra civile ucraina.

Afghanistan. Gli Stati membri hanno reiterato la volontà di lanciare una non-combat mission destinata a supportare e addestrare le forze di sicurezza afghane. L’operazione è però vincolata alla firma di un accordo formale con il governo afghano, che Karzai ha rimandato a più riprese. Nel frattempo le ultime elezioni presidenziali  sono al vaglio degli scrutatori ONU, dopo che i due contendenti al ballottaggio del 28 maggio scorso, Abdullah Abdullah (Coalizione Nazionale d’Afghanistan) e Ashraf Ghani (indipendente), hanno entrambi reclamato la vittoria alle urne. Resolute Support, questo il nome della missione, dovrebbe durare fino al 2017 accanto al rafforzamento della Enduring Partnership con le istituzioni afghane e al sostegno finanziario alle forze armate di Kabul. Nodo cruciale resta però quello dei numeri, dato che i membri dell’Alleanza non sono ancora riusciti a trovare un accordo né in termini finanziari, né di capitale umano.

Ucraina. In merito alla situazione in Ucraina, Rasmussen ha annunciato l’adozione di un pacchetto di misure a sostegno di Kiev fondato su quattro pilastri: riabilitazione dei militari feriti, cyber defence, supporto logistico e comunicazioni e controllo, per un ammontare di circa 15 milioni di euro. L’Alleanza ha inoltre approvato un nuovo piano di intervento rapido, il Readiness Action Plan, allo scopo di rafforzare il principio di difesa collettiva su cui la NATO è fondata. Il piano consiste nella creazione di una forza permanente in Europa orientale, una spearhead composta di circa cinquemila unità attivabili in tempi brevissimi. Il Presidente polacco Komorowski ha comunque affermato che tale forza non stazionerà fisicamente in Polonia, dove invece saranno preposizionati materiali di supporto, rifornimenti, equipaggiamento e mezzi aerei e terrestri.

Oltre a condannare la condotta di Mosca nella questione ucraina e a riaffermare il non riconoscimento dell’”annessione illegale” della Crimea al territorio della Federazione Russa, Rasmussen ha anche confermato che Ucraina e NATO continueranno un percorso di avvicinamento e cooperazione, tramite la partecipazione a esercitazioni e iniziative comuni, come la Partnership Interoperability Initiative.

Tutto questo mentre a Minsk il Presidente bielorusso Lukaschenko ha mediato un cessate-il-fuoco tra l’ex Presidente ucraino Leonid Kuchma, l’Ambasciatore russo a Kiev Mikhail Zurabov, il rappresentante dell’Osce Heidi Tagliavini, e due rappresentanti delle due autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk, rispettivamente Alexander Zakharcenko e Igor Plotnitski. L’accordo ha già portato allo scambio di alcuni prigionieri di guerra, ma Rasmussen non ha nascosto il suo scetticismo in merito alla questione, temendo un diversivo volto a rafforzare lo status quo e lanciare fumo negli occhi agli interlocutori occidentali.

La guerra civile ucraina mette bene in mostra le debolezze intrinseche dell’Europa. Da un lato i singoli Paesi europei non sarebbero in grado di affrontare Mosca, dall’altro l’assenza di integrazione in materia di difesa mostra come il progetto di un’UE priva di strumenti effettivi di deterrenza non sia in grado di fare i conti con una realpolitk alla quale i governi europei non sono più abituati. Le sanzioni economiche, oltre a colpire la stessa economia europea, non hanno infatti impedito alle truppe russe –almeno stando alle rilevazioni satellitari occidentali – di operare in profondità nel territorio ucraino, non esercitando alcuna influenza sulle scelte strategiche di Putin, che ha fatto dei frozen conflicts una vera e propria dottrina strategica di dominio sui propri vicini.

E così, ancora una volta, la palla è passata alla NATO, che è tornata a ricorrere a classiche misure di deterrenza che difficilmente influenzeranno l’andamento del conflitto, né tanto meno riporteranno l’Ucraina allo status quo ante lo scoppio delle ostilità.

Foto di gruppo © European Union 2014

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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