giovedì , 16 agosto 2018
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Photo @ Sarah Murray, 2010, www.flickr.com

Turchia: il confine con la Siria diventa un muro

Sono trascorsi tre anni da quando Ayşe Gökkan, sindaco di Nusaybin (Turchia), si fece portavoce della protesta contro la costruzione di una barriera fra la sua cittadina e la vicina Qamishli (Siria). Il suo sciopero della fame durò nove giorni, la lotta contro muri che dividono popoli vicini invece continua.

Confine

Nusaybin si trova lungo il confine turco sud-orientale, nella provincia curda di Mardin. È solo una delle molte città dal ricchissimo patrimonio storico e culturale che, oltre ad essere state devastate dagli scontri ripresi dall’estate 2015 fra esercito turco e militanti del PKK, non potranno avere più nessuna comunicazione con la vicina popolazione curdo-siriana.

La Turchia condivide con la Siria un confine lungo più di 900km che è venuto a separare aree tradizionalmente affini. La costruzione del muro, che andrà a sancire una definitiva divisione fra il territorio turco e quello siriano, è iniziata nel 2014 e ad oggi 200km di frontiera sono stati trasformati in blocchi di cemento armato.

L’idea

L’opera cominciò quando ancora la Turchia operava una politica di porte aperte per accogliere i rifugiati siriani, in fuga di fronte all’avanzata delle milizie dello Stato Islamico, dai bombardamenti e dagli scontri fra l’esercito di Bashar al-Asad e i gruppi ribelli. Oggi sono 2.7 milioni i rifugiati siriani ufficialmente registrati in Turchia e il governo di Ankara ha cambiato la propria politica di confine. Fermare le migrazioni irregolari e il traffico di armi sono i motivi ufficialmente addotti per la costruzione del muro. Il poroso confine orientale turco è stato di fatto per lungo tempo utilizzato dallo Stato Islamico così come da altri gruppi ribelli per far entrare in Siria combattenti e rifornimenti.

Finalità di certo non secondaria, il muro permetterà alla Turchia anche di impedire i contatti fra i militanti curdi del PKK e quelli attivi in Siria, dove l’esercito turco ha iniziato una campagna mirata a contrastare l’avanzata delle milizie curde dell’YPG ad ovest del fiume Eufrate.

TOKI

Il nuovo interventismo del governo turco nel conflitto siriano è di certo uno dei fattori che ha fatto sorgere l’esigenza di accelerare la costruzione dei rimanenti 700km di muro. Il completamento dell’opera è stato settimana scorsa ufficialmente affidato all’ente statale per l’edilizia pubblica (Toplu Konut İdaresi Başkanlığı, TOKI), il cui dirigente, Ergün Turan, ha dichiarato che la costruzione del “muro di sicurezza” sarà terminata in cinque mesi. La barriera, ampia due metri e alta tre, sarà ricoperta di filo spinato e avrà una torre di vigilanza ogni 300m, equipaggiata con mitragliatrici, videocamere termiche e altoparlanti per mettere in guardia chiunque provi ad avvicinarsi.

Il fatto che la TOKI sia subentrata nella gestione del progetto è indice dello stretto legame fra questo ente e il partito dirigente. Fondata nel 1984 inizialmente con il compito di realizzare abitazioni per le classi più povere e rimediare alla proliferazione di alloggi abusivi (gecekondu), la TOKI è stata fortemente sostenuta dai governi dell’AKP, trasformandosi in una potentissima macchina per speculazioni finanziarie e accumulazione di capitale.

Interi sobborghi cittadini un tempo abitati da strati minoritari della popolazione, da curdi, rom, aleviti o persone appartenenti a minoranze di genere, sono stati trasformati in quartieri di lusso, luoghi di investimento più che abitativi. I residenti sono stati rilocati in edifici della TOKI situati in zone periferiche, disperdendo così comunità stigmatizzate come potenzialmente sovversive. Si è inoltre creata una classe di persone indebitate con la TOKI (e quindi indirettamente con il governo), attraverso mutui anche venticinquennali.

La costruzione del muro, un investimento stimato per il valore di circa 600 milioni di euro, non potrà che aumentare l’influenza della TOKI e dei suoi patroni. Non è chiara la ripercussione che questo potrà avere sull’accoglienza dei rifugiati siriani. È tristemente probabile che un’ulteriore chiusura non faccia che rafforzare le conseguenze negative derivate dall’accordo fra Unione Europea e Turchia dello scorso marzo. Ancor più richiedenti asilo cercheranno vie alternative per raggiungere l’UE, mettendo a rischio la propria vita nel disperato tentativo di salvarla. La speranza, sempre più flebile, è che non trovino nuovi muri ad accoglierli.

L' Autore - Francesca Capoluongo

Curiosa del mondo e dei suoi abitanti, dedico il mio tempo a comprenderne dinamiche ed emozioni. Amo conoscere lingue straniere, il teatro e camminare. Dopo una doppia laurea italo-tedesca, il Master in European and International Studies dell’Università di Trento mi ha portata a studiare in Turchia, paese a cui sono dedicate le mie attuali attenzioni di ricerca.

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