giovedì , 16 agosto 2018
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Photo @ Senol Demir, 2007, www.flickr.com

Turchia: dal golpe alla Siria

“E’ come se non fosse successo nulla”.

Così rispondono alcuni ragazzi turchi alla domanda se la vita di tutti i giorni abbia ripreso il suo affollato scorrere quotidiano fra le vie di Istanbul, dove per molti la notte del 15 luglio sembra solo uno spavento lontano. Per tanti altri invece ha segnato l’inizio di un lungo incubo. Più di 60 mila dipendenti pubblici licenziati o sospesi, 11 mila persone arrestate e 19 mila trattenute perché sospettate di collegamenti con l’organizzazione, terroristica secondo Ankara, di Fethullah Gülen, ritenuto dal governo turco ideatore del tentato golpe.

Le turbolenze interne all’AKP

E’ dal 2013 che la Turchia assiste ad una sorta di guerra civile nascosta, all’interno della scena politica, a causa dello scontro fra l’allora primo ministro Recep Tayyip Erdoğan e Gülen. Il predicatore turco aveva sostenuto la salita al potere dell’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di Erdoğan ma nel 2013 era stato accusato dal governo di aver orchestrato lo scandalo-corruzione che aveva colpito alcuni membri del partito.

Da allora Erdoğan e il governo dell’AKP hanno costantemente denunciato l’infiltrazione di “gülenisti” nelle istituzioni statali e il loro tentativo di controllo delle forze armate, del potere giudiziario e dei media, per formare uno Stato nello Stato pronto a sovvertire l’ordine pubblico. Proprio in nome della difesa della democrazia contro l’oscuro potere gülenista il governo turco, che risponde ormai direttamente al presidente Erdoğan, ha assunto atteggiamenti sempre più autoritari culminati nelle epurazioni seguite al fallito golpe.

L’Occidente, la Russia

In questo contesto i leader europei hanno espresso richiami all’osservanza del diritto e al rispetto dei diritti umani. Ankara ha criticato gli alleati tradizionali per la mancanza di supporto, mentre ha apertamente apprezzato l’immediata condanna del colpo di Stato da parte del presidente russo Vladimir Putin. Da qualche tempo la politica estera turca sembra appunto essersi reindirizzata verso Russia e oriente, impressione che ha trovato una conferma negli eventi di agosto.

Dopo le pubbliche scuse di giugno per l’abbattimento del jet russo nel novembre 2015, incidente che aveva provocato la rottura dei rapporti diplomatici ed economici fra i due Paesi, Erdoğan è volato a San Pietroburgo il 9 agosto per incontrare Putin. L’economia turca è stata pesantemente colpita dalle sanzioni imposte dalla Russia, nazione fornitrice di energia, secondo più grande mercato di esportazione per i prodotti turchi e patria di milioni di potenziali turisti. Il legame fra i due leader sembra ora rinsaldato, dimenticando le escalation passate e riaprendo progetti sospesi, come la costruzione del gasdotto Turkish Stream sotto il Mar Nero.

L’Unione Europea, la NATO

Pochi giorni dopo l’incontro con Putin, Ankara ha accolto la visita del Ministro per gli Affari Esteri iraniano, prima alta carica di stato a recarsi in Turchia dal tentato colpo di stato. Voltare le spalle all’occidente e perseguire una politica estera mirata a rafforzare la propria potenza regionale in velata opposizione agli alleati tradizionali non è però così facile per la Turchia. Ankara è infatti parte di una fitta rete di legami economici con Unione Europea e Stati Uniti, che insieme rappresentano ancora la maggiore fonte di investimenti diretti e mercati d’esportazione per l’economia turca. A livello strutturale e istituzionale la Turchia, in quanto candidata all’adesione, ha sviluppato una forte interdipendenza con l’UE.

Essendo membro della NATO, di cui vanta il secondo esercito per grandezza e una posizione geostrategicamente rilevante, la Turchia è legata anche militarmente all’Occidente. Il governo di Ankara ha però da poco assunto un ruolo drasticamente più attivo e controverso all’interno del conflitto siriano. Supportando le milizie ribelli contro l’ISIS è intervenuta direttamente negli scontri, con l’esplicito intento di evitare la formazione di un unico territorio sotto controllo curdo in Siria settentrionale.

Russia e Iran non hanno condannato l’intervento, quasi ad aprire spazio per futuri accordi e consultazioni. Gli Stati Uniti, con i quali ci sono già notevoli tensioni per la richiesta di estradizione di Fethullah Gülen, sembrano limitarsi ad ingiungere alle parti di concentrarsi sulla lotta contro l’ISIS. In questo scenario la grande assente sembra essere l’Unione Europea, forse troppo preoccupata per il rischio del crollo dell’accordo sui migranti e non abbastanza dallo svanire della propria credibilità come polo d’attrazione per la democrazia.

L' Autore - Francesca Capoluongo

Curiosa del mondo e dei suoi abitanti, dedico il mio tempo a comprenderne dinamiche ed emozioni. Amo conoscere lingue straniere, il teatro e camminare. Dopo una doppia laurea italo-tedesca, il Master in European and International Studies dell’Università di Trento mi ha portata a studiare in Turchia, paese a cui sono dedicate le mie attuali attenzioni di ricerca.

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