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Elezioni europee: a Firenze il 2° round tra candidati alla Presidenza

Venerdì si è concluso a Firenze l’annuale “Stato dell’Unione”, organizzato dall’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. In vista delle elezioni europee, l’evento centrale è stato un dibattito tra i candidati alla presidenza della Commissione Europea. Tutti meno uno: per la seconda volta Alexis Tsipras, candidato della Sinistra Europea, non si è presentato. A differenza del primo dibattito, i Verdi Europei sono stati rappresentati dal francese José Bové, candidato insieme alla tedesca Ska Keller. Tutti uomini sul palco e niente quote rosa dunque, con uno strano effetto nel momento in cui i candidati hanno parlato di eguaglianza di genere e di opportunità per le donne.

A che punto siamo. Le elezioni europee si terranno tra il 22 e il 25 maggio. Finora i due principali candidati, Juncker (PPE) e Schulz (PSE), si sono confrontati direttamente in due occasioni: in Francia su France 24 e in Germania su ZDF, parlando in francese e in tedesco. Il 20 maggio, poco prima delle elezioni, la rete tedesca ARD ospiterà l’ultimo dibattito tra i due.  Il primo dibattito tra tutti i candidati invece si è svolto in inglese ed è stato trasmesso da Euronews, canale televisivo all news 11 lingue. Il terzo ed ultimo è stato organizzato per il 15 maggio dall’European Broadcasting Union e sarà trasmesso in diretta dal Parlamento Europeo a Bruxelles, in tutti e 28 gli Stati, da una o più emittenti (in Italia sarà Rai News 24). Al dibattito del 15 parteciperà, per la prima volta, anche Tsipras. Sarà l’unico trasmesso in prima serata, alle 21, e probabilmente avrà l’audience maggiore.

Uno, nessuno, qualcun altro. Lo Stato dell’Unione è stato ospitato nell’imponente Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio e condotto da Monica Maggioni, affiancata da Tony Berber del Financial Times e Joseph Weiler dell’Istituto Universitario Europeo. La giornalista italiana condurrà anche il dibattito finale, insieme all’irlandese Conor McNally. Rispetto ai dibattiti precedenti, il tema della disoccupazione è stato meno presente: nessuna domanda diretta, sono stati soprattutto i candidati a riportare l’attenzione sul problema del lavoro, che dovrebbe essere il principale. Guy Verhofstadt, ancora una volta il più brillante, nel suo discorso finale ha dichiarato di avere tre priorità: lavoro, lavoro, lavoro. Martin Schulz ha concluso sottolineando che i cittadini europei oggi sono preoccupati dalla disoccupazione, più che da altri temi come l’Ucraina o l’energia, e dunque al lavoro bisogna dare la priorità.

In effetti, complice la presenza in sala di un accademico, i temi trattati sono stati più interessanti per un pubblico di esperti e accademici che non per i comuni elettori. Si è parlato molto di politica estera e persino dell’impatto esterno della PAC (che influisce in negativo sulle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo, un tema abbastanza tecnico). Un altro tema da addetti ai lavori, ma più interessante per i cittadini europei, è cosa succederà dopo il voto. Gli ultimi sondaggi rendono una situazione di quasi parità tra i grandi partiti (leggermente avanti, in termini di seggi, il PPE).

In questa situazione si è diffusa la voce che i partiti non avranno abbastanza forza per imporre la loro scelta al Consiglio (ovvero agli Stati), che potrebbe così scegliere un Presidente della Commissione diverso dai cinque candidati e magari più gradito agli inglesi (che non supportano né Schulz né Junker) e ad Angela Merkel (che sembra intenzionata a ribadire la primazia del Consiglio sul Parlamento). Sono così circolati altri nomi, come Cristine Lagarde, attuale Direttore del Fondo Monetario Internazionale. Figura proposta inizialmente anche come candidata ufficiale del PPE, prima che venisse scelto Junker.

Tutti i candidati hanno ribadito che questo non succederà, che il Consiglio dovrà tenere conto del risultato delle elezioni, e che tutti loro corrono per la Presidenza. Sarebbe in effetti grave se, dopo un tale sforzo comunicativo – che pure non ha raggiunto tutti i cittadini europei, ma è un inizio – gli Stati decidessero per conto loro, preferendo un nome meno forte e meno politico. Sarebbe il possibile inizio di un conflitto tra istituzioni. Più o meno un colpo alla democrazia. Alla fine però, non sarebbe molto diverso da quanto successo l’anno scorso in Italia, una situazione di parità in cui nessuno dei candidati è diventato Presidente del Consiglio.

Photo: © European Parliament, www.flickr.com

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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