mercoledì , 21 febbraio 2018
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Elezioni europee: Germania, se Merkel vince, Juncker non ride

Per un anno si è creduto che l’esito delle elezioni tedesche, tenutesi in settembre, avrebbero rivoluzionato metodi e obiettivi dell’integrazione europea. Al successo annunciato di Angela Merkel non sono invece seguiti “allentamenti di cinghia” degni di nota, né la coalizione con la SPD è riuscita ad annacquare il modello rigorista con significative venature pro-crescita. Neanche la candidatura di Martin Schulz alla presidenza della Commissione Europea è servita a rilanciare i socialdemocratici nel confronto con la CDU. Una missione difficile, perché l’austera condotta della Cancelliera e del Ministro Schaüble porterà comunque la Germania a crescere dell’1,8% nel 2014 e del 2% nel 2015, secondo le ultime previsioni della Commissione Europea, con una disoccupazione ferma attorno al 5%, seconda solo al 4,7% “alieno” dell’Austria.

Ecco spiegati i 10 punti percentuali che distaccano la coalizione CDU-CSU dalla SPD nelle ultime rilevazioni di Pollwatch: 37,5% per il blocco dei cristiano democratici e cristiano-sociali bavaresi, in linea con i risultati del 2009, che li proietta in 37 dei 96 seggi spettanti alla Germania. 27,5% il risultato attribuito alla compagine socialdemocratica, comunque di quasi sette punti meglio di quanto fatto cinque anni or sono, tanto da poter aspirare ad aggiungere altri 4 deputati ai 23 già presenti, sufficienti a contendere al Partito Democratico italiano il ruolo di primo azionista all’interno del gruppo dei Socialisti e Democratici.

Se la battaglia fra i due maggiori partiti sembra ormai già segnata, è sul risultato delle formazioni minori che si focalizza l’attenzione di media e opinione pubblica. Un assist è stato fornito loro dalla Corte Costituzionale Tedesca: sino al 2009 la Germania ha votato alle elezioni europee con un sistema proporzionale, eleggendo i propri deputati da listini chiusi presentati sulla base di un’unica circoscrizione nazionale, corretto con una soglia di sbarramento del 5%. Proprio tale soglia è finita nel mirino della Bundesverfassungsgericht, che la dichiarò incostituzionale già nel 2013, rigettando poi lo scorso 26 febbraio anche la revisione al 3% approvata in estate dal Bundestag.

Si possono così aprire le porte del Parlamento Europeo per i liberali della Freie Demokratische Partei (FDP), crollati nei sondaggi dal mirabolante 10,97% del 2009 (furono quarto partito ad un soffio dai Verdi) tanto da poter aspirare a soli 3 seggi tra le file dell’ALDE, contro i 12 ottenuti cinque anni fa. Proprio tra i liberal-democratici potranno schierarsi, se verrà confermato l’1% delle rilevazioni, anche gli “elettori liberi” del Freie Wahler, tra i beneficiari della decisione della Corte insieme al Piratenpartei (probabili 2 seggi con il 2,2%) ed al Nationaldemokratische Partei Deutschlands, il partito nazional-democratico di estrema destra che rischia di portare un suo esponente tra i banchi degli euroscettici.

Confermata la crescita di Alternative für Deutschland (AfD), baluardo estremo dell’ortodossia economica tedesca, impegnato a chiedere un peso maggiore per il Paese all’interno della BCE ed una retromarcia dai meccanismi di solidarietà che beneficiano i fannulloni a scapito delle virtuose imprese tedesche. Il 6,5% nei sondaggi  è frutto di una fervente critica della moneta unica, rea di indebolire la competitività della Germania secondo Hans-Olaf Henkel, già presidente della Federazione delle industrie tedesche e secondo in lista dietro al leader Bernd Lucke.

Sullo sfondo la sostanziale conferma a terzo partito dei Grünen, cui si attribuiscono 11 seggi grazie all’11% nei sondaggi, in calo di 1,1% e 3 seggi rispetto al 2009 malgrado la candidatura di Ska Keller alla presidenza della Commissione. Invariati gli 8 seggi, ma in crescita i consensi per Die Linke, partito di sinistra radicale affiliato alla Sinistra Europea ed a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras.

Malgrado un quadro più variegato, il risultato sarà lo stesso che dal 2005 esce dalle urne della Repubblica Federale: un successo per i popolari e per Angela Merkel. Già, la Merkel: sarà lei e non il candidato PPE Jean Claude Juncker a figurare sui manifesti elettorali della CDU. L’ex presidente dell’Eurogruppo è stato infatti oscurato all’ultimo congresso dalla Cancelliera, cui sembra non essere del tutto gradito per la sua posizione “indipendente” e meno lasciva rispetto all’uscente Barroso. Se la strada per il Berlaymont passa da Berlino, il lussemburghese non può dormire sonni tranquilli.

In foto Angela Merkel al Congresso PPE di Varsavia (foto: European People’s Party – Flickr 2014)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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