martedì , 21 agosto 2018
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Elezioni europee: il maldestro risveglio del Presidente poeta

Milleseicentodieci giorni: 4 anni, 5 mesi e poco più trascorsi senza che, dalla sua nomina a Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy – HVR per gli intimi delle istituzioni europee – avesse mai dato segno tangibile della sua esistenza come “presidente dell’UE”. Il segno, dopo tanto attendere, è arrivato dalle pagine della Sueddeutsche Zeitung (SZ): nell’intervista al quotidiano tedesco del 19 aprile scorso, HVR regala un’inaspettata epifania pasquale e, complice il silenzio delle istituzioni ormai in dormiveglia elettorale, leva la sua voce nel modesto dibattito che anticipa il voto di maggio.

Pur maldestramente, Van Rompuy ha smosso le acque, certo non nella direzione attesa dai sostenitori di un europeismo più sincero, alimentando l’immagine di grigio velata del burocrate allergico alla democrazia elettorale. Van Rompuy ha infatti tenuto a mostrare tutto il suo scetticismo nei confronti degli Spitzenkandidaten, i candidati alla presidenza della Commissione Europea nominati dai diversi partiti europei. “Non sono entusiasta al pensiero dei candidati presidenti – ha affermato Van Rompuy – e non credo che i partiti europei possano influenzare l’elettorato in misura superiore a quelli nazionali”.

Per quanto grigio e pessimista, il Presidente poeta (con all’attivo ben due volumi di haiku, brevi composizioni di origine giapponese) non fa altro che fotografare la realtà. Lo si vede bene in Italia dove il dibattito elettorale oscilla tra le condanne di un ex-premier e le promesse del premier attuale, così come in Francia, dove la risalita dell’UMP e l’exploit del Front National rappresentano forze di reazione “naturale” ai fallimenti di François Hollande. Meno prevedibile, però, che una stroncatura così forte dei tentativi di politicizzazione e democratizzazione della scena europea venga da chi questo processo dovrebbe sostenerlo.

Eppure il timido Herman si è spinto sino a delegittimare apertamente il Parlamento Europeo: “La differenza tra il Parlamento Europeo e chi decide realmente è ben chiara ai cittadini e la bassa affluenza alle europee lo testimonia”. Che non sia l’organo parlamentare a tenere le redini della politica europea, malgrado l’iniezione di poteri avutasi con il Trattato di Lisbona, è sin troppo chiaro. Meno sicuro è che la situazione debba mantenersi immutata, come sembra suggerire il fiammingo, lui che nel suo mandato quinquennale ha all’attivo alcune delle più poderose spallate che l’intergovernativismo potesse rifilare all’architettura comunitaria europea.

Non è un mistero che la rincorsa al compromesso minimo e sufficiente a non urtare i sentimenti di questa o quella capitale europea abbia affossato il consenso degli europei. Un’arte, quella del compromesso, coltivata tra le fila del Partito Cristiano-Democratico delle Fiandre, messa alla prova nel 2008 come mediatore dello stallo istituzionale in Belgio e riproposta ora quale interprete meccanizzato della stabilità a tutti i costi, quand’anche questa porti alla mortificazione dell’integrazione europea.

Ma, ancora una volta, Van Rompuy non dice il falso: anche con un presidente eletto del Parlamento sulla base dei risultati elettorali, l’Unione Europea ripartirà da un quadro istituzionale fortemente sbilanciato a favore del Consiglio e gli ultimi sondaggi ricacciano indietro la possibilità che un socialista, Martin Schulz, occupi il piano più alto del Berlaymont e con essa,la promessa di un cambio di marcia rispetto alle politiche di austerità volute dai conservatori. Non a caso, è proprio dalle fila del PSE che si sono levate le critiche più veementi alle affermazioni di HVR: “Scandaloso” grida il capogruppo socialisti Hannes Swoboda, “Una visione parziale, non condivisa dai cittadini e da alcuni membri dello stesso Consiglio” rilancia lo stesso Schulz sulle colonne della SZ, da cui anche Jean-Claude Juncker, candidato dei Popolari, si è unito al coro per prendere le distanze dal suo collega di partito.

La sensazione è che HVR abbia messo le mani avanti, per non escludere la possibilità di una scelta di compromesso nella nomina dell’erede di Barroso; un’opzione che si va sempre più consolidando man mano che una grande coalizione di Popolari e Socialisti si delinea come l’unica strada possibile per raggiungere i voti necessari ad eleggere un nuovo Presidente. Continuità e compromesso. Manca solo il 3%, come suggerisce una parodistica pagina Facebook e il nuovo haiku firmato HVR è pronto per le stampe.

Nell’immagine, il Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy (© Youssef Meftah, World Economic Forum, 2010, Wikimedia Commons)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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