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Elezioni europee: l’ALDE vara il ticket Verhofstadt-Rehn

Il 1 febbraio si è svolta a Bruxelles l’Assemblea elettorale del partito dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE). I delegati dei partiti nazionali hanno votato a larga maggioranza la mozione che ufficializza il “ticket” approntato in vista delle elezioni europee di maggio, composto da Guy Verhofstadt (europarlamentare belga fiammingo, candidato a Presidente della Commissione Europea) e Olli Rehn (attuale Commissario agli Affari Economici e Monetari, finlandese, candidato per «un’altra carica di primo piano nell’UE»). Il ticket è frutto dell’accordo raggiunto il 20 gennaio per privilegiare «l’unità dei liberali» rispetto ad uno «scontro tra caratteri forti», secondo le parole di Graham Watson, presidente dell’ALDE.

Il momento centrale dell’Assemblea si apre con l’Inno alla Gioia, sulle cui note tutti in platea si alzano. Qualcuno azzarda una mano sul cuore. Gli interventi di Watson e Xavier Bettel, rispettivamente dei LibDem britannici e del DP lussemburghese, si concentrano sull’importanza del liberalismo, oltre gli steccati di “destra” e “sinistra”, per i liberali ansiosi di mostrarsi diversi da PPE e PSE. Un liberalismo forte ma cortese che, in una società aperta, premi il merito, ascolti le voci dei cittadini e decida in accordo con essi. Il pensiero di tutta la platea va naturalmente all’Ucraina di #EuroMaidan, lungamente applaudita quando un’affiliata del partito liberale ucraino prende la parola per condannare la repressione e rilanciare il progetto della Eastern Partnership.

Colpisce come le risposte e i discorsi di Rehn e Verhofstadt (Olli e Guy, come li chiamano tutti amichevolmente) siano perfetto specchio del carattere dei due candidati. Rehn, con l’immancabile cravatta giallo-blu e il tono piatto del burocrate, loda – accolto da un timido, timidissimo applauso di circostanza – le azioni decise che hanno salvato la moneta unica europea e rilanciato la crescita dell’eurozona. Si capisce perché l’applauso sia tanto timido anche dal suo stesso partito, in un’Europa che fatica a scongiurare il rischio deflazione e non trova ancora una speranza di crescita «duratura, inclusiva e sostenibile», afflitta com’è dall’alta disoccupazione, su cui pure vengono punzecchiati entrambi i candidati. I delegati pretendono infatti proposte reali e non l’abituale retorica delle «misure concrete per contrastare la disoccupazione tra i giovani».

Verhofstadt si presenta con la cravatta storta sul colletto della camicia, l’ultimo bottone slacciato, scherzando sulle sue doti canore (il riferimento è a Simon e Garfunkel, citati appena prima da «Olli») e chiamando i liberali, uniti, nella battaglia che sarà la lunga campagna elettorale europea. Sottolinea la complementarietà con Rehn («Rehn è l’Europa del Nord, io invece sono dell’Europa latina, sono passionale!», dice il fiammingo) e, ricordando che «la crisi non è finita», condanna duramente, a più riprese, quei partiti euroscettici che cavalcano i timori dei cittadini europei, praticando una «politica della paura e della distruzione». Distruzione, soprattutto, dell’acquis communautaire, che, Bettel ha ricordato, «dobbiamo difendere soprattutto per quei giovani che oggi lo danno per scontato».

Sulla stessa linea d’onda, Watson aveva rilanciato l’idea di Beppe Severgnini di un No Europe Day: un giorno in cui non si possa pagare con la stessa moneta in 18 Stati diversi; in cui non si possa circolare liberamente in Europa e vengano ripristinati i confini tra Stati membri; in cui i politici nazionali non possano più dire «ce lo chiede l’Europa», «è colpa di Bruxelles», scaricando sulle istituzioni comunitarie la paternità di decisioni perlopiù assunte collegialmente in seno al Consiglio, dove siedono Ministri e capi di governo nazionali e non fantomatici imperatori europei.

La sessione di Q&A procede senza incidenti, se si omette un parlamentare dell’Italia dei Valori che ricorda a un sorridente Verhofstadt che anche il suo partito è membro dell’ALDE, mentre il belga aveva menzionato Scelta Civica di Mario Monti, non membro, e i Radicali Italiani. Questo porta di nuovo Verhofstadt a parlare della necessaria unità tra partiti e listini liberali italiani («più di quindici sigle diverse!») e della sua prossima visita in Italia avente proprio questo scopo. Il dubbio degli astanti italiani è proprio che, sotto le Alpi, non bastino i biscotti con il simbolo del partito liberale europeo (disponibili in un cesto all’uscita dalla sala) a superare i campanilismi del Bel Paese.

In foto Verhofstadt e Rehn seduti in prima fila nella platea dell’Assemblea elettorale dell’ALDE (Photo by ALDE Party). 

L' Autore - Sebastiano Putoto

Laureando magistrale tra Italia e Germania in International Business and Economics, con specializzazione in Macroeconomia. Nato e maturato a Bruxelles, emigrato presso le Università di Pavia, Tolosa e Tubinga, mantiene il suo campo base in territorio belga-fiammingo. E’ co-fondatore di TRAM:E (Teoria, Riflessione, Azione, Movimento: Europa). Poca dimestichezza con i confini, nazionali e individuali. Poliglotta.

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