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Elezioni: Partito Democratico oltre il 40%, in Italia vince l’Europa

“Sinceramente, dopo questa sera, crede che ci sarà ancora una maggioranza per l’Italicum?” Il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi è stanca, sono le due di notte, e dice che no, il risultato non cambia nulla, la riforma delle legge elettorale si farà. Il dubbio nasce perché il Partito Democratico ha superato il 40% per le elezioni europee: con una legge come l’Italicum avrebbe la maggioranza alla Camera senza nemmeno andare al ballottaggio. Difficile che gli alleati di governo, dopo aver visto cosa è capace di fare il PD, rischino di mettergli in mano una legge elettorale maggioritaria, quella che Matteo Renzi vuole.

40,8%: la maggioranza in tutte le regioni italiane (tutte). Come mai in pochi avevano previsto questi numeri? Il primo motivo è tecnico: sondaggisti e commentatori erano già rimasti spiazzati l’anno scorso, quando i sondaggi si erano rivelati in larga misura sbagliati, sottostimando i 5 Stelle e sovrastimando il centro-sinistra. Per non commettere lo stesso errore, è probabile che a un anno di distanza tutte le rilevazioni siano state corrette, in senso opposto. Risultato? Se anche nei sondaggi qualcuno avesse previsto un risultato simile a quello di ieri sera, non lo avrebbe diffuso, ritenendolo sbagliato. E così è andata: i primi exit poll suggerivano, guarda caso, quello che tutti si aspettavano (perché gli exit poll non sono null’altro che sondaggi, fatti al momento dell’uscita dal seggio, ma sempre sondaggi) e quando sono arrivate le proiezioni nessuno ci credeva.

Secondo: giornali, opinionisti e accademici hanno dimostrato di non sapere leggere molto bene la realtà italiana. I commentatori di solito più attenti temevano grande astensione: perché la gente non ne può più, questa volta non votano, perché dovrebbero votare per questa Europa? Hanno votato e l’astensione non c’è stata. Parlavano di ondata grillina, di voto di protesta: la gente c’è l’ha con l’Europa, non vuole più l’euro, voterà contro tutto, voteranno contro la Merkel e gli eurocrati di Bruxelles. Il 40% dei voti è andato al partito, tra i quattro/cinque principali, più europeista. L’unico che non ha mai – e non avrebbe mai – parlato di uscire dall’euro, di chiudere le frontiere agli immigrati, di Europa dei popoli. L’unico il cui Segretario, Matteo Renzi, in più di un comizio ha detto in maniera chiara e netta che la prospettiva devono essere gli Stati Uniti d’Europa.

Doveva essere il voto di protesta, il voto finale contro l’Europa delle banche, il voto contro la casta di Bruxelles. Alla fine è stato un voto per qualcosa, invece, per un progetto e per un’idea politica più speranzosa e allegra. Questa è la chiave, che nessuno ha considerato. Quando le cose vanno male, l’idea di distruggere e di cercare lo scontro è allettante. Ma la prospettiva di farle andare meglio, lo è molto di più. Matteo Renzi e il suo partito sono riusciti a fare questo: hanno trasmesso un’idea di speranza, invece che di distruzione. Un senso di positivo, temperato ottimismo, invece del solito catastrofismo.

Non hanno promesso improbabili ritorni alla lira. Non se la sono presa troppo con Angela Merkel (criticata, certo), non hanno detto che le avrebbero stracciato il Fiscal Compact davanti, non hanno più nemmeno detto che bisogna rinegoziare il tetto del 3% di deficit. I candidati del PD alle europee sono tutti convinti europeisti, dai loro siti emerge la volontà di cambiare le cose dall’interno, di lavorare per migliorare l’Unione Europea, non per distruggerla. Anche lo slogan scelto, Cambiare Verso all’Europa, rivela una narrativa positiva.

Un po’ di ottimismo, magari anche spericolato: lo stesso che ci ha messo Matteo Renzi nel dire “cambiamo l’Italia”. Tra i grandi Paesi in crisi, il nostro è l’unico in cui questo tipo di narrativa ha prevalso sullo scetticismo. A sorpresa, i tanto vituperati elettori italiani, nel momento più difficile del loro rapporto con l’Europa, non hanno scelto di distruggerla. Ma, appunto, di provare a cambiarla.

P.S. al di là del discorso europeo, c’è una seconda riflessione da fare, che attiene alla campagna elettorale di per sé. Ovvero che per battere un bravo comunicatore, come Beppe Grillo, ne sia necessario uno almeno altrettanto bravo, se non di più.

P.P.S. il PD è il primo partito all’interno del PSE. Bisogna vedere in che modo questa forza si rifletterà sul nome italiano per la Commissione. Il ruolo di Alto Rappresentante per la Politica Estera è più a portata di mano, soprattutto se la Commissione sarà a maggioranza PPE.

Immagine © Pd-Emilia Romagna – Flickr 2011 

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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