mercoledì , 15 agosto 2018
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Europee: delusione Grillo, Renzi di slancio verso il semestre

Numeri da DC prima Repubblica, come lui neanche Berlusconi. E soprattutto, non Beppe Grillo. L’affermazione quasi plebiscitaria del Partito Democratico in questa tornata elettorale è prima di tutto un successo di Matteo Renzi, ma quella forbice di più di 20 punti percentuali tra PD e Cinque Stelle racconta la storia di un elettorato che, solo moderatamente astensionista, non ha espresso il voto di protesta che i più si attendevano.

Quello che esce dalle urne italiane è una richiesta di governabilità dei processi di riforma delle politiche europee, perfettamente incarnata dal premier Renzi e dal suo progetto riformista. La fiducia degli italiani ha infine premiato la linea governativa, condita da provvedimenti di sicura presa elettorale, come il bonus IRPEF da 80 euro, ma anche di un progetto di guida delle vicende d’Europa declinato in forma costruttiva – per quanto in discontinuità con la prevalente linea rigorista – anziché nel modello “tsunami” rappresentato da Grillo e dai pentastellati. E’ il successo, anche a livello simbolico, dell’unico grande partito italiano presentatosi alle urne senza il nome del proprio leader nel simbolo ma con il riferimento al partito europeo (in questo caso, quello socialista) d’appartenenza.

La vittoria di Renzi e del PD è di converso la sonora bocciatura del riformismo disfattista e dell’euroscetticismo urlato di Beppe Grillo, che sin dall’inizio della campagna era divenuto l’obiettivo degli attacchi dell’ex sindaco di Firenze: una scelta azzeccata, perché il voto europeo ha di fatto fornito, oltre alla secca scottatura dell’esperimento centrista del Nuovo Centro Destra di Alfano, la prima conferma in sede elettorale del cammino declinante di Silvio Berlusconi, messo fuori causa dall’assommarsi di vicende giudiziarie che hanno accelerato la disintegrazione di un centro-destra italiano di stampo liderista e carismatico.

Un modello su cui è peraltro fondato lo stesso Movimento Cinque Stelle, che esce dalle urne con le ossa decisamente rotte: i più di 2 milioni di voti lasciati per strada pongono per la prima volta il movimento di Grillo e Casaleggio di fronte a quella analisi della sconfitta che negli ultimi anni veniva inevitabilmente avvicinata al centrosinistra. Un’analisi doverosa poiché, pur cavalcando l’onda di una critica all’Europa tecnocratica che nel resto del Continente ha avuto picchi di consenso in Francia e Regno Unito, i Cinque Stelle si ritrovano ad essere, nei principali Paesi europei, lunica formazione di matrice euroscettica ad arretrare rispetto al risultato delle ultime elezioni politiche.

I dati di un’economia ancora in affanno nell’agganciarsi alla crescita e gli ultimi scandali legati all’Expo 2015 che pure avrebbero potuto ravvivare la fiamma dell’antipolitica non sono quindi risultati sufficienti a Beppe Grillo per recitare il de profundis del palazzo. E proprio sul comico genovese, che prima del voto aveva anche delineato la possibilità di arretrare dal suo ruolo del Movimento in caso di sconfitta, ora cadrà la responsabilità di ridisegnare a linea politica al termine di una campagna condotta al grido di #vinciamonoi (rigorosamente in formato hashtag).

Se è vero che le elezioni europee sono un giudizio su base nazionale, il divario di circa 4 punti tra il risultato attuale e quello delle ultime elezioni politiche boccia di fatto l’opposizione dei pentastellati, incapaci di costruire, soprattutto nei confronti dell’immobilismo del governo Letta, un capitale politico sufficiente ad accreditare il movimento come un’alternativa credibile. Se è possibile parlare di successo per il 6% della Lega Nord di Matteo Salvini, interprete del vero purismo euroscettico, il barcamenarsi di Grillo tra strali (“sono oltre Hitler”) e programmi nebulosi che tenevano insieme eurobond e uscita dall’euro ha quindi prodotto un riposizionamento degli elettori a cinque stelle verso il Partito Democratico ma anche verso la lista Tsipras, riuscita non senza sorpresa a superare la soglia di sbarramento del 4% con una proposta radicale nelle riforme economiche ma pacata nei toni e sempre ancorata alla fedeltà all’integrazione europea.

Il 40% del PD rafforza così Renzi e l’Italia alla vigilia del semestre italiano di presidenza del Consiglio UE, il primo partito non è più l’astensionismo ma una grande forza di stampo europeista: un’investitura importante per dirigere con piglio coraggioso l’Unione Europea e il destino dei suoi cittadini.

In foto: Matteo Renzi (© Palazzo Chigi – Flickr 2014)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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