domenica , 25 febbraio 2018
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Germania: equilibrismi fra AfD, Merkel e Tories

A conti fatti, il risultato più straordinario delle elezioni europee in Germania è stato quello dell’affluenza: dopo un calo costante sin dal 1979, la percentuale di tedeschi che ha esercitato il proprio diritto di voto si è attestata intorno al 48%, cinque punti in più in cinque anni. Primo partito resta l’astensione, ma si registra un’inversione di tendenza.

La CDU/CSU (azionista di maggioranza nel PPE) di Angela Merkel ottiene il 35.3% dei voti, aggiudicandosi così 34 dei 96 seggi tedeschi, segnando un calo sia rispetto alle ultime europee (37.9%, 42 seggi sui 99 dell’ultima legislatura), che rispetto alle politiche del 2013, vinte sfiorando il 42% delle preferenze. Maggior colpevole di questa caduta la minore affluenza rispetto alle elezioni federali del settembre scorso e i toni euroscettici della sezione bavarese dei cristiano-democratici. I liberali dell’FDP (quota ALDE), alleati prediletti della Cancelliera fermati alle politiche dallo sbarramento, confermano la caduta tendenziale ottenendo solo il 3.40% (3 seggi).

La SPD guadagna invece due punti percentuali sulle politiche e quasi sette sulle europee del 2009, e col 27.30% ottiene 27 seggi all’Europarlamento. Perde tuttavia il primato nel gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) in favore del Partito Democratico italiano. Anche i Bündnis ‘90/Die Grünen guadagnano rispetto alle ultime politiche due punti percentuali, superando il 10% e confermandosi maggioritari nel gruppo Verdi/ALE, con 11 scranni. Die Linke, infine, siederà tra i banchi di GUE/NGL con sette eletti.

Due i punti topici delle elezioni europee in Germania: da una parte la sentenza della Corte Costituzionale Federale, che abolendo lo sbarramento del 3% ha segnato l’avvento dei «Kleinparteien» anche in terra tedesca. Dall’altra l’affermazione del neonato Alternative für Deutschland (AfD, Alternativa per la Germania) «a destra della CDU», che si è affermata col 7% dei suffragi (7 seggi.

L’AfD è un partito di difficile collocazione, che segna una svolta del liberalismo tedesco: radicalmente liberista in economia, a tratti euroscettico e populista, fortemente conservatore sulle questioni sociali. Il principale punto programmatico del partito è l’uscita dall’euro, ma non dall’Unione. Vogliono però rinegoziare i termini del rapporto tra UE e Stati membri, in questo affatto dissimili dai Tories britannici. Proprio coi Conservatori e Riformisti (ECR) cui appartiene il partito di Cameron, l’AfD sta negoziando per l’entrata nel gruppo in virtù della comune piattaforma anti-federalista. In seguito alla disfatta dei Tories e alla vittoria di UKIP, gli equilibri interni al gruppo sono mutati e l’entrata dell’AfD potrebbe consentire il sorpasso sui Verdi/ALE e un argine all’asse anglo-polacco.

L’AfD ha tenuto propositi ambigui in materia di immigrazione e mostrato slanci di patriottismo inabituali in Germania. Questo colloca il partito saldamente a destra, in un Paese che della Destra ha storicamente timore. Si è anche parlato di «normalizzazione» dello scenario tedesco, con l’arrivo della falange euroscettica. Si pone, infine, in maniera critica verso il TTIP – bizzarro, per un partito che si vuole liberale – cui i tedeschi sono in maggioranza contrari. E poiché i mezzi d’informazione hanno riservato all’AfD un trattamento impari e lo hanno descritto con molte esagerazioni (Bernd Lucke, leader del partito, è stato definito un «fascista da salotto sotto mentite spoglie»), i populisti tedeschi hanno anche potuto giocare la carta di «vittime» di un sistema elettorale iniquo, sfondando infine nell’urna.

Ma chi è ugualmente sospettoso è proprio Cameron, alla ricerca di alleati nel Consiglio e nel Parlamento Europeo per sostenerlo nel «riportare a casa competenze» dall’UE. Cameron ha infatti trovato una sponda nella Merkel, con la quale intende tenere sotto controllo il bilancio dell’UE e i trasferimenti ai Paesi debitori, e non vuole far saltare quest’equilibrio precario legandosi al principale avversario della Cancelliera dopo l’SPD. E se la rinuncia della Merkel a sostenere apertamente Juncker alla presidenza della Commissione va certamente letta come un occhiolino a Cameron, è pur vero che né la sua, né quella del PPE sono state vittorie schiaccianti. L’apertura agli «elettori» dell’AfD in seguito ai risultati elettorali vuol sì contrastare la fuoriuscita di voti dal proprio bacino elettorale, ma forse anche tenere a bada l’alleato di governo, l’SPD, paventando un possibile spostamento a destra.

L’AfD, quindi, sarà il nuovo «king-maker» della politica europea?

In foto il leader di AfD Bernd Lucke (Foto: Buergerrecht – www.flickr.com) 

L' Autore - Sebastiano Putoto

Laureando magistrale tra Italia e Germania in International Business and Economics, con specializzazione in Macroeconomia. Nato e maturato a Bruxelles, emigrato presso le Università di Pavia, Tolosa e Tubinga, mantiene il suo campo base in territorio belga-fiammingo. E’ co-fondatore di TRAM:E (Teoria, Riflessione, Azione, Movimento: Europa). Poca dimestichezza con i confini, nazionali e individuali. Poliglotta.

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