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PSE: malgrado tutto è stata una sconfitta

Il Partito Socialista Europeo non partiva favorito per queste elezioni: era dato in leggero vantaggio sul Partito Popolare fino  a qualche mese fa, poi il PPE ha iniziato a recuperare e il divario si è allargato, fino al risultato di domenica, che non è certo buono. I Socialisti hanno perfino perso cinque seggi rispetto alla scorsa legislatura, passando da 196 a 191 eurodeputati. Al di sotto delle previsioni, che li davano in crescita sopra quota 200, e comunque ben al di sotto dei Popolari, che hanno portato a casa 214 seggi.

Il risultato di per sé non sarebbe male, se non fosse che gli ultimi 5 anni, quelli della crisi e delle decisioni austere, sono stati a maggioranza PPE. Dal centro-destra europeo vengono infatti il Presidente della Commissione Barroso, il Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy e il Presidente dell’Eurogruppo Juncker, che oltretutto è l’attuale candidato PPE alla Commissione. Senza citare la maggioranza in Parlamento, con ben 265 seggi, e in Consiglio, dove nell’autunno 2011, all’apice della crisi in Italia, sedevano Nicolas Sarkozy, Angela Merkel e Silvio Berlusconi (tutti della stessa famiglia politica, in teoria).

Cinque anni in cui l’insoddisfazione per le scelte di Bruxelles è aumentata, come le critiche, gli attacchi, le accuse di strozzare i Paesi imponendo una politica economica e un consolidamento fiscale eccessivi. Fino a quando, pochi mesi fa, persino il Fondo Monetario Internazionale, guidato dall’ex Ministro del Tesoro di Sarkozy, Cristine Lagarde, ha pubblicato uno studio secondo cui gli effetti dell’austerità sono stati peggiori di quanto previsto. Riassumendo: in Europa ha governato la destra, producendo politiche che hanno generato malcontento e rallentato la ripresa economica (al netto della difficoltà, oggettiva, di gestire una crisi venuta dagli Stati Uniti). Si sono tenute le elezioni, e la destra ha vinto di nuovo, mentre il centro-sinistra, che doveva essere l’alternativa più ovvia, è rimasto indietro.

In realtà, il PSE è responsabile fino a un certo punto: ha condotto una campagna toccando i tasti giusti, promettendo un cambiamento realistico, e candidando un politico capace e sicuramente contrario al modo in cui l’Europa è stata gestita negli ultimi anni: Martin Schulz. Ha anche realizzato una vera e propria campagna europea, con incontri quasi ovunque, dibattiti, attivisti sparsi nei vari Paesi. Un lodevole sforzo che però è stato notato quasi soltanto a Bruxelles (forse un po’ in Lussemburgo).

La campagna di Schulz, al di fuori delle eccezioni belga e lussemburghese, ha contato poco: sono stati i partiti nazionali a gestire le cose e a gestirle male, senza riuscire a guadagnare consensi. Primo fra tutti il Partito Socialista francese, che è riuscito ad arrivare terzo dietro a Marine Le Pen e all’UMP: difficile fare peggio. Poi il PSOE spagnolo (che ha perso ben 9 seggi a Strasburgo) e infine la Socialdemocrazia tedesca, che ha recuperato, ma senza ottenere risultati eccezionali, considerato che il candidato del PSE era, appunto, tedesco.

Martin Schulz ha reagito all’impatto dichiarando di voler comunque provare a formare una maggioranza in Parlamento, ambizione che si è presto scontrata con la realtà dei numeri. Le possibilità sono solo due: una grande coalizione PSE – PPE in cui i due principali partiti si accordano su un nome terzo rispetto ai due candidati, oppure una maggioranza costruita tramite alleanze dal solo PPE (caso in cui la candidatura di Juncker è comunque debole, per le opposizioni di Merkel e Cameron tra gli altri).

La verità è che molti europei, nella foga di votare contro l’Europa (l’UKIP, il Front Nationale, il Movimento 5 Stelle) hanno finito per consegnarla nelle mani di chi l’ha governata fino a oggi. L’unica possibilità di vedere una politica europea diversa risiede in Matteo Renzi. Come ha scritto lunedì The Economist, il gruppo del PD all’interno del Parlamento Europeo sarà più grande persino di quello della – un tempo – onnipotente Socialdemocrazia tedesca. Da lì può arrivare dunque abbastanza legittimità politica per proporre e sostenere scelte politiche diverse. E di conseguenza, come ha ricordato il premier italiano martedì a Bruxelles, nomi diversi.

Nell’immagine, Renzi al Congresso PSE (© Europe Decides, 2014, www.flickr.com)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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