sabato , 24 febbraio 2018
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Verso le elezioni europee: Congresso PSE, Renzi debutta nel giorno di Schulz

Un po’ più di un anno fa, a Torino, si svolse il secondo incontro Renaissance for Europe per lanciare la candidatura di Pierluigi Bersani in Europa. Erano l’8 e il 9 febbraio del 2013: l’evento, organizzato al Teatro Regio, aveva riunito primi ministri e segretari di partito del PSE. All’epoca, Pierluigi Bersani saliva sul palco del socialismo europeo, introdotto da Martin Schulz come “il prossimo Presidente del Consiglio italiano” (Bersani avrebbe fatto bene ad abbandonarsi a un gesto scaramantico, invece rimase composto e mal gliene incolse). Matteo Renzi, quella mattina, era anche lui a Torino, ma a visitare un mercato. Circondato da pensionati, tra le bancarelle di frutta.

13 mesi dopo, Matteo Renzi ha chiuso il Congresso del Partito Socialista Europeo a Roma. Nel frattempo, l’Italia è al terzo Presidente del Consiglio (Monti, Letta, Renzi), il PD è al terzo Segretario (Bersani, Epifani, Renzi) e il Ministero degli Esteri, che non c’entra nulla ma vale ricordarlo, è al quarto Ministro (Terzi, Monti, Bonino, Mogherini). Tra le altre novità, il ruolo di Ministro per gli Affari Europei non esiste più, dopo essere stato istituito da Monti nel 2011.

Questo in un anno e un mese in cui il mantra, per la politica italiana, è stato uno solo: stabilità. Al punto che molte decisioni importanti, e la sopravvivenza dello stesso Governo Letta questo autunno, sono state spiegate e giustificate in nome della stabilità, la condizione suprema ed essenziale che l’Europa ci richiede, insieme alle famose riforme che sempre ci vengono chieste.

Ipotizziamo per un attimo che l’Unione Europea, dall’Italia, volesse davvero solo quello: stabilità e riforme. Quale potrà mai essere, in questo caso, il giudizio di Bruxelles sull’ultimo anno di politica romana? Non occorrono grandi analisi. Né è difficile ipotizzare che la mossa di Renzi abbia destato anche qualche fastidio: non fosse altro perché gli interlocutori sono di nuovo cambiati, e con loro le idee e le proposte devono essere discusse da capo. Il rapporto di questo ennesimo governo italiano con l’Europa non inizia quindi nel più facile dei modi.

Con il progressismo europeo, la via è più semplice: Martin Schulz, al convegno di Roma, si è trovato a suo agio e ha sfoggiato la consueta vivacità e l’entusiasmo che lo contraddistinguono. Abituato ad avere a che fare con tradizioni politiche molto diverse fra loro, si è destreggiato tra i vecchi amici e interlocutori – D’Alema, Bersani – e i nuovi potenziali alleati, Renzi e i suoi. D’altronde ci vuole una certa agilità politica per introdurre con passione le idee e la spinta propulsiva di Renzi, davanti a una platea che fino a due settimane prima aveva sostenuto Enrico Letta. Che infatti, al Congresso, non c’era: e se per lui in molti si immaginano un futuro alla Commissione Europea, viene da chiedersi chi dovrebbe promuoverlo, quel futuro.

Il PSE ha anche altri problemi, se possibile più complicati del PD. Proprio in occasione del Congresso di Roma è arrivata la dichiarazione del leader dei laburisti britannici Ed Miliband, che ha ribadito di non appoggiare Schulz come candidato alla Commissione, pur rimanendo convinto della necessità di presentare candidati comuni in futuro. Miliband ha spiegato la sua scelta con la divergenza di opinioni sulla necessità di avere un’Europa più forte, una posizione che il PSE esprime a gran voce ma che nel Regno Unito riscuote poco successo, per usare un eufemismo. Anche se, va detto, molti militanti hanno espresso perplessità per questa decisione, che però è rimasta tale. Per queste elezioni, il PSE sosterrà dunque una candidatura senza la sinistra inglese, con cui non si è riuscito a trovare un accordo.

I lavori si sono chiusi, a Roma, lasciando questa questione in sospeso. Da parte italiana, bisognerà valutare l’impegno del governo in Europa sui fatti, più che sulle parole: per adesso l’atteggiamento di Renzi ha riunito una spinta quasi federalista verso gli “Stati Uniti d’Europa” a parole molto più pragmatiche e a diverse critiche. L’adesione del PD al PSE è un primo passo, il Congresso a Roma un secondo. Ma ad essere decisiva sarà la campagna elettorale per le europee e al momento, il PD non ha ancora nemmeno presentato le liste.

 In foto, Martin Schulz e Matteo Renzi a colloquio nel corso del Congresso PSE di Roma (@ Young European Federalist – Flickr 2014)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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