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Verso le elezioni europee: Danimarca al voto, tra scandali ed euroscetticismo

Saranno ancora 13 gli europarlamentari che i cittadini danesi eleggeranno il prossimo 25 maggio: tredici deputati eletti con il  metodo D’Hondt senza soglia di sbarramento, con un solo collegio elettorale nazionale (Groenlandia e Far Oer non sono, infatti, parte dell’Unione Europea) e la possibilità di esprimere preferenze per un singolo candidato.

Potranno presentare liste partiti che abbiano ottenuto almeno un seggio al Folketing (il Parlamento Danese) o al Parlamento Europeo alle ultime elezioni, o quelli che nel corso delle stesse abbiano ottenuto almeno il 2% dei voti, pur senza aver ottenuto alcun seggio. L’elettorato attivo spetta a qualunque cittadino dell’Unione residente in Danimarca che abbia compiuto i 18 anni, quello passivo ad ogni cittadino UE sopra i 18 anni in possesso del pieno elettorato passivo nel proprio Paese d’origine. Anche i cittadini danesi all’estero potranno esprimere il loro voto, o per posta, o presso le ambasciate del Regno di Danimarca.

A seguito delle elezioni del 2009, in cui votò il 57,7% degli aventi diritto, i 13 seggi furono assegnati a 6 partiti diversi, vale a dire 4 al Partito Socialdemocratico (SD; 21,49%), 3 al Partito Liberale Danese (PLD; 20,24%), 2 al Partito Popolare Socialista (PPS; 15,87%), 2 al Partito Popolare Danese (PPD; 15,28%), 1 al Partito Popolare Conservatore (PPC; 12,69%) e 1 al Movimento Popolare contro l’UE (7,20%).

A causa dello scandalo Dong – Goldman Sachs che ha colpito il governo danese negli ultimi giorni, la scena politica è in fermento e quello che sembrava un governo di coalizione stabile e funzionale, formato dal Partito Socialdemocratico, dal Partito Social Liberale Danese (PSLD) e dal Partito Socialista Popolare, si trova ad essere un governo di minoranza a seguito dell’uscita dalla maggioranza di questi ultimi. Inutile dire che da come verrà risolta questa crisi, vale a dire come il governo guidato da Helle Thorning-Schmidt saprà affrontare la spinosa questione della privatizzazione della società pubblica Dong, dipenderà in gran parte il risultato delle prossime elezioni europee.

Ad oggi, infatti, i sondaggi mostrano un ampio vantaggio dei partiti conservatori di centro e di destra rispetto ai partiti di sinistra. Il PLD è infatti dato al 26,7% e il PPD al 21,7% contro il 21,7% dei SD e il 6,7% del PPS. Il PPC, il Movimento Popolare contro l’UE e il PSLD sono rispettivamente al 5%, all’8,3% e al 6,7%.

Come si può facilmente notare, una peculiarità della Danimarca è rappresentata dal fatto che il principale partito europeo di stampo liberal-conservatore non è il PPE, ma l’ALDE: infatti sia il PLD, sia il PSLD sono affiliati all’Alleanza dei Liberali e dei democratici per l’Europa, mentre l’unico partito danese affiliato al Partito Popolare Europeo è il PPC che, con il solo 5% dei voti, rischia seriamente di non ottenere neanche un seggio. I SD sono invece affiliati al PSE. Un discorso a parte meritano, invece il PPD e il Movimento popolare contro l’UE (la cui sigla elettorale è N, che significa NO UE), che sono entrambi di matrice euroscettica. Il primo è infatti parte del MELD, il Movimento per un’Europa della Libertà e della Democrazia, il gruppo parlamentare euroscettico di cui fanno parte anche il Mouvement pour la France, la Lega Nord e i Veri Finlandesi. Il secondo, nato nel 1972 come piattaforma per promuovere il “NO” al referendum sull’adesione della Danimarca alla Comunità Europea e da allora presente sempre alle sole elezioni europee, non è formalmente affiliato a nessuna famiglia partitica e l’attuale deputato è iscritto al gruppo GUE/NGL (Nordic Green Left).

Sebbene dalla lettura di questi dati emerga che il 30% dei voti delle prossime elezioni andranno a partiti euroscettici, deve essere precisato che l’euroscetticismo in Danimarca è declinato in maniera diversa rispetto a quello dei Paesi dell’Europa meridionale: non uno scetticismo in campo economico – oltre il 60% dei danesi è a favore del mercato unico – ma in quello politico, con un accento alla perdita dell’identità nazionale, perdita della sovranità, ridimensionamento del welfare state. Si profila, pertanto, il rischio di un forte voto euroscettico anche in Danimarca, Paese che ha sofferto della crisi meno di molti altri. Il fatto che anche una nazione dinamica e ricca come il piccolo Paese nordico esprima un voto di questo tipo, e con questa forza, deve rappresentare un segnale per le istituzioni europee.

In foto, “ascoltare le persone” recita il cartello esposto in una manifestazione a Copenaghen seguita allo scandalo Dong – Goldman Sachs (© News Oresund – 2014) 

L' Autore - Giovanni Guido Rossi

Laureando in giurisprudenza presso l'Università degli studi di Torino e presso l'Université Paris V - René Descartes di Parigi. Da sempre appassionato di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Profondamente europeista e liberale e entusiasta di scrivere per questa rivista.

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