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Verso le elezioni europee: Spagna, ritratto di una democrazia giovane

Il 23 marzo è scomparso Adolfo Suárez, il Primo Ministro spagnolo protagonista della transizione alla democrazia. Nel luglio del 1976, a soli 43 anni, grazie alla fiducia del Re Juan Carlos, egli fu l’artefice del veloce passaggio dalla dittatura franchista ad un sistema plurale, grazie alla nascita delle due Cortes, all’istituzione del suffragio universale, alla legalizzazione di partiti di sinistra e sindacati, alla liberazione dei prigionieri politici, alle prime libere elezioni dal 1936 e alla redazione di una nuova Costituzione. Dopo Suárez ebbe inizio un’alternanza pacifica e ordinata tra il Partito Popolare (PP) e il Partito Socialista (PSOE), con la presenza dei comunisti prima e di Izquierda Unida (IU) poi e dei partiti nazionalisti baschi e catalani a completare il quadro.

Nel 2014, a poche settimane dalle elezioni europee, è interessante osservare quanta strada abbia fatto da allora la Spagna in termini di progresso economico e maturazione del dibattito politico, e quante difficoltà rimangano al tempo stesso in seguito alla peggiore crisi economica dal dopoguerra ad oggi. I sondaggi danno conforto all’opposizione socialista al governo di Mariano Rajoy, in ripresa al 30% dopo anni di difficoltà seguiti alla sconfitta nelle elezioni del 2011. Sulla base delle proiezioni di Pollwatch, questo si tradurrebbe in 22 dei 54 seggi a disposizione della Spagna, lo stesso numero dei Popolari, mentre l’IU porterebbe a casa 8 seggi con il suo 16%, e il partito Unión, Progreso y Democracia, il “Tea Party” spagnolo, nato da membri del PP delusi dalla poca incisività di Rajoy in materia di riforme a stampo liberale, si attesterebbe all’8,8% e a 5 seggi.

La Spagna, patria degli indignados, sembra paradossalmente confermarsi un’isola di stabilità politica nella quale il richiamo populista non fa presa, pur in un contesto caratterizzato da altissima disoccupazione, stagnazione economica,e numerosi scandali di corruzione che hanno addirittura coinvolto l’ultimogenita del Re, l’infanta Cristina. La stessa IU, parte della GUE – NGL, che vede i consensi al suo massimo storico dopo il misero 3,7% nel 2009, rappresenta una versione molto pragmatica e realistica dell’opposizione da sinistra alla Troika. Essa non mette in discussione l’euro, ma le politiche di austerità, che pure difficilmente in Spagna possono considerarsi esaurite con un deficit pubblico al 7% nel 2013.

Difatti, nonostante una ripresa economica che sembra consolidarsi e il crollo verticale dello spread sui titoli pubblici, la disoccupazione coinvolge tuttora un quarto della forza lavoro spagnola, svuotando le casse pubbliche con i sussidi ad essa collegati, e il debito pubblico ha raggiunto il 100% del PIL. Al prezzo di importanti riforme sul mercato del lavoro e di un massiccio consolidamento fiscale, la Spagna ha “comprato” nel giugno 2012 il sostegno dell’Unione Europea per sistemare un sistema bancario andato in pezzi a causa del crollo del mercato immobiliare. Il recupero di competitività sta procedendo grazie alla compressione salariale, al punto che l’inflazione sembra ormai avventurarsi in un pericoloso territorio negativo. Questo rende l’enorme debito pregresso di famiglie, imprese e Stato più difficile da rimborsare ed è colpa di questo debito se la domanda interna non riparte e la ripresa deve affidarsi unicamente alla trazione delle esportazioni.

Il Primo Ministro Rajoy ha ancora tempo prima delle elezioni dell’autunno 2015 per rilanciare il proprio governo, ma tra gli scandali di corruzione che hanno coinvolto il PP per tutto il 2013 e una proposta di riforma sull’aborto fortemente restrittiva che ha generato grandi proteste in tutto il Paese, i conservatori sembrano fare di tutto per ravvivare un partito socialista orfano della leadership carismatica di Zapatero. Nel 2009 la sua stella si era già offuscata per colpa della crisi, ma il 38% ottenuto allora dal PSOE rimane comunque un miraggio in questa tornata elettorale, proprio come il 42% che raggiunsero i popolari.

Sullo sfondo di questo Paese incerto tra speranza e sconforto, un Paese Basco ormai pacificato e una Catalogna sempre più ansiosa di seguire le orme della Scozia verso un referendum per l’indipendenza. La partecipazione alle elezioni difficilmente supererà il 44% del 2009, ma se l’onda populista nella penisola iberica sarà contenuta si tratterà già di un successo per l’Unione. Ma sarà abbastanza per una Spagna lontanissima dal divenire la Germania del Sud promessa da Rajoy tre anni fa?

In foto, giovane indignado per una giovane democrazia (© Jorge Paredes – 2011)

L' Autore - Shannon Little

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