sabato , 24 febbraio 2018
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Verso le elezioni europee: Ungheria, non chiamatelo populismo

Atteggiamento del leader che si erge ad unico difensore delle istanze popolari, accattivandosene il favore mediante proposte demagogiche, di facile presa“. In lingua italiana, è una possibile definizione di populismo. In lingua magiara, si parlerebbe probabilmente di “populizmus“, “hatalmat a népnek” (potere al popolo), oppure, per i suoi detrattori, di un altro sinonimo: Viktor Orbán.

È lui l’uomo al centro dei dibattiti elettorali, in una campagna totalmente incentrata sulle politiche del 6 aprile. Si vota anche il 26 maggio, per le europee, per l’elezione dei 21 rappresentanti ungheresi al PE. Ma per ora non ci bada nessuno. Anche per questo, ma non solo, l’affluenza potrebbe essere persino più bassa di quella del 2009 (36,31%).

Ci sono poi, ad incrementare l’euroscetticismo, le parole di Viktor Orbán. In alcune tesi, talvolta strampalate, l’uomo che ha “cacciato” l’FMI e l’UE. In realtà c’è stato un rimborso di debiti precedentemente concordati, pubblicizzato come “risparmio in termini di interessi”, ma il cui esito si potrà giudicare solo nel lungo termine (lo spread è ancora intorno ai 420 punti, 5,9% il tasso sui decennali). Orbán è anche l’uomo che “ha tolto i soldi alle banche per darli al popolo“, aumentando la tassazione a carico degli istituti finanziari, in mano perlopiù a società straniere, che però ha portato come effetto collaterale ad una maggiore difficoltà di accesso al credito.

Tesi che accomunano il Paese centro-europeo per esempio alle vicende irlandesi, o islandesi e che tendono, per motivi politici (similitudine con alcune delle proprie argomentazioni) o religiosi (apprezzamento per il ruolo e l’impronta tradizionalista e cattolica) ad accentuarne i meriti, trascurando la descrizione degli effetti dei provvedimenti, tra cui la concentrazione di poteri nelle mani di un’unica figura.

Dal 2010 infatti (era già stato al governo dal 1998 al 2002), Fidesz (partito di Orbán) ha deciso di accentrare nelle mani del governo la nomina del Presidente della Corte Costituzionale (indipendenza potere giudiziario?), della Banca Nazionale e della Commissione per il controllo dei media. Provvedimenti di fronte ai quali le istituzioni ed i partiti europei hanno avuto una reazione timida, che ad esempio non ha portato nemmeno all’espulsione di Fidesz dal PPE. L’unica questione su cui l’UE si è irrigidita è stata la procedura di infrazione per lo sforamento del tetto del 3% (deficit/PIL). Paradossalmente una posizione che fornito ad Orbán un altro assist per ergersi a difensore degli ungheresi contro i soprusi dell’Europa, “l’Europa è uno strumento, utile finché l’Ungheria ne ottiene benefici“.

Una posizione che ha messo in difficoltà persino Jobbik (partito nazionalista di estrema destra, di cui Fidesz non ha disdegnato, talvolta, l’appoggio), quello che dovrebbe essere il partito più euroscettico d’Ungheria, incapace di differenziare le sue posizioni rispetto a Fidesz sul tema Europa. È dovuto ricorrere semmai ad affermazioni dichiaratemente razziste, come quelle contro i rom: “noi siamo per tutti gli ungheresi, e distinguiamo solo tra buoni cittadini e criminali. Non è colpa nostra se la maggior parte dei rom si trova nella seconda categoria”.

L’accentramento dei poteri in mano ad Orbán, unitamente alla questione energetica, è il vero fulcro della campagna elettorale. Le elezioni saranno infatti le prime dopo la riforma della Costituzione, con la nuova legge elettorale e la nuova legge sui media. Si passa al turno unico, alla diminuzione del numero di seggi, ed al voto esteso a tutti gli ungheresi, anche quelli stabilmente residenti all’estero. Limitati ad 8 ore gli spot sulla TV di Stato, con minore visibilità, dunque, per l’opposizione (Fidesz ce l’ha in quanto al governo). Proibiti invece gli spot sulle reti private “per limitare l’importanza dei soldi nella campagna”.

Tutti provvedimenti che a detta dell’opposizione di sinistra (partiti aderenti a PSE, GUE e Verdi che per l’evento si sono uniti in un’unica coalizione “Unity2014“, guidata da Mesterhazy) altro non fanno che consolidare la posizione di Orbán, blindandone il futuro successo, con particolare riferimento al voto per gli ungheresi all’estero. “Saranno elezioni libere, ma non giuste”, ha affermato di recente Csaba Toth, direttore del Republikon Insitute.

Altra questione dibattuta, soprattutto alla luce delle vicende ucraine, il recente accordo Fidesz-Mosca sulle centrali nucleari di Paks. Un accordo che secondo Orbán permetterà di abbassare ulteriormente il costo dell’energia, mentre per l’opposizione rende l’Ungheria totalmente dipendente da Mosca. Guarda caso la diminuzione delle bollette è stata annunciata per il 1° aprile, ad una settimana dalle elezioni. Il dibattito sull’Europa può attendere. Ma non chiamatelo populismo.

In foto, un cartellone promozionale per Viktor Orbán (© emzepe – Flickr 2010)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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