mercoledì , 21 febbraio 2018
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Verso le europee: l’UKIP allontana il Regno Unito dall’UE

Il rapporto fra Regno Unito e Unione Europea è sempre stato complesso, per usare un eufemismo, sin dall’ingresso di Londra nel 1973. Geloso della propria autonomia, retaggio storico di un’isola diventata centro di un impero, il Regno Unito ha sempre considerato i vincoli derivanti dall’appartenenza all’Unione con diffidenza. Oggi più che mai. Di fronte alla crisi che l’UE ha attraversato negli ultimi anni, Londra mal digerisce l’introduzione di nuove regole vincolanti, dal punto di vista politico o della disciplina di bilancio. Non ha accettato il Fiscal Compact a fine 2011, ad esempio.

Il governo conservatore di David Cameron deve far fronte alla rivolta di molti parlamentari del proprio partito, che, sia per convinzione sincera, sia per timore dell’ascesa dello United Kingdom Indipendence Party, premono per una rinegoziazione della partecipazione britannica all’UE. Il Paese che meno vorrebbe essere coinvolto dall’UE, vede dunque la politica nazionale sconvolta dal tema europeo.

Ecco perché le elezioni europee del 22 maggio sono decisive, per il futuro di Londra e Bruxelles. Si nota subito la particolarità britannica: il voto si terrà qualche giorno prima del 25 maggio, data fissata nel resto d’Europa, per farlo coincidere con le elezioni amministrative locali. Il sistema elettorale selezionato è quello proporzionale, con il metodo D’Hondt applicato in Inghilterra, Scozia e Galles, mentre in Irlanda del Nord si adotterà il sistema del voto singolo trasferibile. I seggi da assegnare sono 73.

Nonostante un’affluenza del 34,5%, molto bassa, le elezioni europee del 2009 avevano anticipato molte delle tendenze politiche degli anni seguenti. Con la conquista di 26 seggi, la vittoria innanzitutto era andata al Partito Conservatore del nuovo leader David Cameron, che da lì a un anno sarebbe anche diventato premier. I conservatori inglesi avrebbero poi fondato al Parlamento Europeo il nuovo gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR).

Il vero terremoto era però stato il piazzamento al secondo posto con 13 seggi dell’UKIP guidato da Nigel Farage. Affiliato al gruppo Europa delle Libertà e della Democrazia, l’UKIP è un precursore dell’euroscetticismo in Europa e in patria. A livello continentale, è stato uno dei primi promotori del rifiuto dei vincoli europei, anche se la retorica di Farage riprende la tipica rivendicazione britannica di rimpatriare molte competenze ora appannaggio dell’UE, come quelle in materia finanziaria, più che quella rivolta contro l’austerità utilizzata da molti movimenti euroscettici oggi sulla cresta dell’onda. In patria, l’UKIP ha avuto il merito di imporre nuovamente al centro dell’agenda politica nazionale le modalità di partecipazione britannica all’UE, argomento su cui il modernizzatore Cameron avrebbe volentieri glissato.

E invece il governo conservatore negli ultimi anni ha dovuto rispondere alla pressione locale dell’UKIP, cedendo su molti temi: prima la crescente richiesta di riportare il controllo della City in mani londinesi, poi la promessa di indire un referendum sulla permanenza nell’UE dopo le elezioni politiche del 2015, infine le misure restrittive alla libera circolazione dei lavoratori provenienti dai nuovi membri dell’UE. Cameron in realtà non vorrebbe portare la Gran Bretagna fuori dall’UE, perché troppo consapevole dei vantaggi dell’accesso al suo mercato unico: l’obiettivo sarebbe rinegoziare i Trattati riportando a casa certe competenze. Ma gli altri leader europei sono sordi a queste richieste.

Chi fatica a scendere a compromessi con l’attuale clima euroscettico sono i Laburisti. Finita l’epoca europeista di Tony Blair, oggi il Labour partecipa con i suoi 13 seggi al gruppo dei Socialisti e Democratici, ma fatica a plasmare un’identità chiara sul tema europeo. Stessi seggi dell’UKIP, ma minor numero di voti, nel 2009. Chi invece è esplicitamente favorevole alla partecipazione all’UE è il Partito Liberale (affiliato all’ALDE), partner di minoranza del governo Cameron, e quarto alle elezioni del 2009, con 11 seggi.

Nel 2009 i restanti seggi erano andati ai Verdi (2), al British National Party (2) e allo Scottish National Party (2), mentre nell’Ulster Plaid Cymru, Sinn Féin e Partito Unionista Democratico ne avevano conquistato uno a testa.

Quest’anno, la battaglia decisiva sarà però fra Conservatori e UKIP. Se Farage dovesse arrivare primo, Londra e Bruxelles dovranno rifare i conti. Perché Dover è sempre più lontana da Calais e la Manica si allarga.

In foto un manifesto elettorale dell’UKIP a Exter, nel Regno Unito (Foto: Lewis Clarke – Wikimedia Commons)

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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