giovedì , 16 agosto 2018
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Dalla crisi economica alla crisi di legittimità: ridiamo voce ai cittadini

A vent’anni dalla nascita della cittadinanza europea, sancita dal trattato di Maastricht il 7 febbraio 1993, il 2013 è stato dedicato dall’Unione Europea (UE) ai cittadini europei. Scopo di questa iniziativa è porre l’accento sui diritti che il Trattato di Lisbona conferisce e garantisce ai 500 milioni di cittadini dell’Unione, spesso ignoti a questi ultimi. L’iniziativa nasce in un clima di profonda crisi di legittimità che l’UE sta attraversando da alcuni anni a questa parte, una crisi alimentata e inasprita da più focolai e che la leadership europea fatica visibilmente ed estinguere.

È innanzitutto la crisi economica ad attanagliare in una morsa il continente da ormai quasi 5 anni, senza lasciare spazio ad alcun solido segnale di ripresa. L’incapacità di farvi fronte ha senza dubbio influito sulla legittimità delle istituzioni europee, le quali hanno organizzato una risposta massiccia puntando su un arsenale, quello dell’austerità, risultato quasi del tutto inefficace. L’UE ha mostrato un forte senso di dipendenza dalle pressioni esterne, in particolare da parte del FMI, cui ha preferito allinearsi fiduciosa, senza tenere in conto il parere di numerose voci interne che avvertivano riguardo ai rischi di un’austerità che non tenesse in debita considerazione gli effetti socioeconomici.

Questo aspetto ha doppiamente gravato sulla legittimità istituzionale, se si guarda al fatto che i principali avvertimenti sono partiti dalle istituzioni maggiormente rappresentative dell’espressione popolare, vale a dire il Parlamento Europeo (PE), il Comitato Economico e Sociale ed il Comitato delle Regioni. Questi ultimi due, in particolare, hanno spesso evidenziato gli effetti deleteri che politiche di austerità volte ad assicurare la stabilità finanziaria avrebbero avuto sull’economia reale. Questi avvertimenti non hanno avuto alcun tipo di influenza concreta, anche a causa della natura meramente consultiva delle due istituzioni.

Parallelamente, il PE ha ritrovato maggiore coesione e aggiustato la rotta lo scorso febbraio, quando ha quasi unanimemente espresso il proprio dissenso nei confronti della proposta di Quadro Finanziario Pluriannuale 2014-2020 presentata dal Consiglio Europeo, una proposta all’insegna della contrazione del bilancio europeo e prodotto da un circolo vizioso di calcoli politici interni ed euroscetticismo, che critica il peso “eccessivo” della voce di bilancio europea nei budget nazionali (che, per inciso, è pari a circa l’1% del PIL europeo complessivo).

La crisi economica ha a sua volta acuito un altro elemento che è rimasto a lungo sopito nel dibattito pubblico europeo: il separatismo. Se per gran parte degli anni 2000 il tema è rimasto per lo più circoscritto alle singole arene nazionali, concentrandosi spesso su aspetti identitari e culturali, la crisi economica e l’austerità hanno arricchito il dibattito di un elemento economico che ha trovato non solo il favore dello zoccolo duro separatista, ma ha addirittura quello di fasce tradizionalmente più moderate.

È questo il caso del Regno Unito, dove il Partito Nazionale Scozzese, la cui piattaforma politica è incentrata sulla progressiva indipendenza fiscale da Londra fino alla richiesta della totale indipendenza, sta registrando una costante espansione della propria base elettorale a tutti i livelli di governo (incluse le elezioni europee). È anche il caso della Catalogna, dove la crisi ha fortemente influenzato il dibattito sull’indipendenza, poiché la regione spagnola, nonostante sia la più indebitata, è un contributore netto alla redistribuzione di risorse del Paese iberico. Ancora, il Belgio da anni vede un costante processo di devoluzione di poteri dovuto alle tensioni tra Vallonia francofona e Fiandre fiamminghe, con queste ultime che lamentano un’eccessiva redistribuzione fiscale in favore della prima. Ma la costellazione del separatismo regionale contata anche tanti altri movimenti che hanno rafforzato il proprio programma cavalcando l’onda della crisi: tra questi il Veneto e la Sardegna in Italia, i Paesi Baschi in Spagna e la Corsica in Francia.

La crisi ha spinto poi queste tendenze centrifughe da un livello prettamente regionale ad uno più ampio, la cui punta di diamante è lo United Kingdom Independence Party, un partito a carattere fortemente euroscettico che ha quadruplicato i propri seggi premendo per un immediato e totale ritiro del Regno Unito dall’UE, ribaltando le aspettative di coloro che nel 2010 sostenevano che la nuova alleanza con i Lid-Dem avrebbe potuto riconciliare il popolo britannico con l’Europa. A dare man forte al sentimento euroscettico partecipano anche le recenti elezioni politiche in Islanda, che hanno bocciato il governo socialdemocratico filo-europeista, e le prime elezioni europee in Croazia, che hanno fatto registrare uno dei tassi di astensionismo più alti della storia dell’UE.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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