martedì , 20 febbraio 2018
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Dipendenza, gas e gasdotti. La politica estera energetica dell’Unione Europea

South Stream, Nabucco, Nabucco West, TAP: la guerra dei gasdotti non ha fine. Alle volte, in verità, sembra non avere avuto nemmeno un concreto inizio: accordi firmati che non approdano a nulla, il Presidente russo Vladimir Putin che pone la prima pietra del South Stream cui non ne segue nessun’altra, gasdotti ripensati e ridimensionati ancor prima di prendere forma.

Il groviglio di progetti realizzati, ipotizzati e auspicati è piuttosto contorto. Essendo l’Unione Europea un’area complessivamente poco dotata di risorse energetiche, la questione energetica riveste col passare degli anni un ruolo sempre più importante nella politica dell’Unione, così come di tutti i Paesi maggiormente industrializzati. La dipendenza energetica non costituisce di per sé un problema, ma lo diventa in un sistema dove pochi Stati, per lo più retti da regimi dittatoriali o non completamente democratici, detengono la maggior parte delle risorse. Proprio considerando questa problematica la Commissione Europea ha precisato che “la sicurezza dell’approvvigionamento non punta a massimizzare l’autonomia energetica o a minimizzare la dipendenza, ma a ridurre i rischi che sarebbero legati a questa”, riduzione raggiungibile attraverso la diversificazione delle fonti e dei fornitori.

Le previsioni per il prossimo futuro parlano di una dipendenza che raggiungerà nel 2030 il 67%. In termini relativi, il petrolio verrà importato per il 95%, mentre il gas naturale, le cui importazioni nel 2007 costituivano il 60,3%, sarà importato per l’84%. Questo nel quadro di un mix energetico che a livello europeo sarà costituito, sempre secondo le stime della Commissione Europea, al 35,3% da petrolio, al 25,7% dal gas naturale, al 16% dal carbone, al 12% dalle energie rinnovabili e al 10,3% dal nucleare (Trends to 2030 – European Energy and Transport (2007), DG TREN, European Commission).

Particolarmente interessante nel dibattito relativo alla politica estera energetica europea è il settore del gas. Questa è infatti una fonte che va imponendosi all’attenzione del mercato globale dell’energia per un insieme di vantaggi che essa possiede, innanzi tutto il fatto di essere environmental friendly. Tuttavia, essa patisce di alcuni limiti strutturali connessi al metodo di estrazione ed al tradizionale sistema di trasporto tramite gasdotti. Una notevole problematica collegata ai limiti insieme strutturali e geopolitici del settore del gas è, infine, rappresentata dal ruolo che i Paesi di transito svolgono nel mercato di questo combustibile. In questo quadro, si comprende sempre meglio la volontà della Commissione Europea di diversificare le fonti ed i fornitori per garantire un “un’energia sicura, sostenibile ed economicamente accessibile che contribuisca alla competitività europea”.

D’altra parte, però, le spinte della Commissione verso una politica estera energetica potrebbero essere un primo passo e uno stimolo verso la definizione di un approccio più coerente dell’Unione non solo nel settore energetico, ma anche, in senso più ampio ed ancora più ambizioso, della politica estera europea. Infatti, le vicende che vedono dal 2007-2009 confrontarsi sul campo due progetti di gasdotti concorrenti relativamente al cosiddetto “corridoio meridionale” rappresentano l’emblema della difficoltà di forgiare una politica energetica coesa verso l’esterno da parte degli Stati membri. Il corridoio meridionale, sia che si realizzi tramite gasdotti frutto di intese tra Stati membri e Russia, sia che veda luce grazie agli sforzi della Commissione Europea, costituisce un importantissimo sentiero del gas su cui ormai da diversi anni vi è una generale attenzione.

Il progetto del South Stream, gasdotto originariamente frutto di un partenariato tra Gazprom ed ENI, progressivamente allargato a numerose compagnie energetiche europee tra le quali EDF e Wintershall, aggirerebbe l’Ucraina, passando dal Mar Nero. Se questo progetto risponde alla necessità di diversificare le fonti (quindi gas piuttosto che petrolio), non contribuisce tuttavia a diversificare i fornitori. Per questo, la Commissione Europea tanto a livello politico che economico, ha supportato da sempre la costruzione di un gasdotto, il Nabucco, che giungerebbe nell’Europa meridionale trasportando gas azero. Tuttavia, proprio in estate la Commissione Europea aveva dichiarato che questo gasdotto, i cui costi e la cui grandiosità appaiono inverosimilmente grandi, avrebbe potuto essere interamente sostituito dal TAP, Trans-AdriaticPipeline, salvo rettificare di recente che il TAP può, anzi dovrebbe, convivere con la versione ridimensionata dell’ambizioso quanto il proprio nome Nabucco.

Molti osservatori, oltre a minimizzare lo scontro esistente tra grandi Stati membri da un lato e Commissione e Stati minori (in particolare quelli orientali) dall’altro in merito alla creazione di una politica estera energetica europea, rilevano che il nuovo futuro degli investimenti europei si dovrebbe indirizzare invece verso l’incentivazione del gas liquefatto. Gas liquefatto a parte, la recente scoperta di nuovi giacimenti di gas nelle acque di Cipro apre nuove prospettive di approvvigionamento provenienti da un fornitore interno. Sebbene non potrebbero soddisfare a livello quantitativo i bisogni dell’intero territorio europeo, i nuovi giacimenti possono contribuire a livello qualitativo alla diversificazione dei fornitori e ad una maggiore sicurezza dell’approvvigionamento.

La creazione di un mercato interno dell’energia davvero efficiente, da altri considerata come la possibile chiave di volta della questione, non costituisce però, a ben vedere, una soluzione duratura. Questo è il parere della Commissione Europea, del Parlamento Europeo e di tutti gli Stati dell’Europa orientale che più spingono per l’integrazione. A detta di questi, per quanto si possa dare vita a un mercato interno efficace, due ostacoli interconnessi permangono verso l’esterno. Intanto, si tratterebbe di un problema meramente quantitativo di distribuzione del gas: essendo, comunque, dipendenti dall’esterno, in sostanza, la dimensione esterna rimane prioritaria. Secondariamente, si pone un’altra questione: nel momento in cui si lascia ciascuno Stato membro libero di stipulare gli accordi che preferisce e come li preferisce con i Paesi terzi, vi è il rischio che questi accordi ledano la sicurezza persino del mercato interno, contenendo clausole che impediscano il trasporto del gas comprato verso altri Stati membri e soprattutto che implichino la non accettazione da parte dello stato fornitore delle regole di mercato europee una volta importato il gas in Europa. Entrambi i casi si sono presentati o paventati negli accordi conclusi con la Federazione Russa.

A ben vedere, dunque, la politica energetica ancor prima di costituire una sfida per la sicurezza dell’Unione Europea, si presenta oggi come una sfida alla sua unità politica cui è intimamente legata la capacità di presentarsi all’esterno parlando davvero “con una sola voce”.

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In foto, componente di gasdotto in Ucraina (© Dmytro Glazkov / World Bank – 2007) 

L' Autore - Livia Satullo

Responsabile UE-Russia - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche (“R.Ruffilli” di Forlì), ho da sempre nutrito una tripla passione per il giornalismo, l’Unione Europea e la diplomazia. Ex stagista preso la Rappresentanza Italiana all’UE e giornalista pubblicista dal 2011, ho fatto diverse esperienze all’estero tra cui un semestre di studio a Mosca che mi ha suscitato un’incredibile curiosità per la cultura e la lingua russa. Preparo il concorso diplomatico e nel tempo libro faccio atletica e scrivo racconti.

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