lunedì , 19 febbraio 2018
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EU IntCen: intercettazioni e intelligence nell’Europa divisa dal Datagate

È ormai sbarcato in Europa da alcuni mesi, con tutta la sua forza e direttamente dalla sponda occidentale dell’Atlantico, il Datagate. Sono invece più recenti le scottanti rivelazioni di Edward Snowden circa l’utilizzo sistematico da parte del governo statunitense di strumentazioni atte ad intercettare le conversazioni dei principali leader europei.

Sembrerebbe doveroso ricercare un giusto compromesso tra la sicurezza nazionale – e quindi la presenza dello Stato nella vita dei cittadini – e le libertà individuali, forse con una maggiore propensione verso la sicurezza collettiva.  Ciò che più sta creando scalpore nell’intera vicenda di spionaggio internazionale è però il fatto che potenze straniere, Stati Uniti e Russia in primis, stiano da tempo penetrando all’interno dei confini e delle vite degli europei senza limitazioni di sorta. E senza che l’Europa possa inibire a sufficienza questi processi.

In sostanza la situazione rende evidente, ancora una volta, come le divisioni tra i 28 Stati membri dell’Unione Europea giochino a favore di potenze terze, che hanno tutto da guadagnare da un’Europa che rimanga niente di più che un “insieme di città-Stato”. L’impossibilità per l’UE di giocare un ruolo come attore unitario nello spionaggio internazionale, infatti, diminuisce la possibilità di sviluppare tecnologie che possano allo stesso tempo schermare le ingerenze esterne e entrare nelle maglie di Paesi che de facto presenziano in Europa attraverso una rete capillare di 007, fisici o tecnologici che siano.

Le più recenti rivelazioni di Snowden, che da poco ha trovato un nuovo impiego in Russia, hanno svelato il caso di una rete di intelligence transnazionale a base europea costituita a partire dal 2007 da Germania, Francia, Spagna, Svezia e in stretta collaborazione con la Gran Bretagna. Queste nuove dichiarazioni vorrebbero mettere in cattiva luce i Paesi UE interessati, accumulando il loro comportamento a quello di statunitensi e russi. Questa vicenda ha un retrogusto amaro, invece, proprio per il fatto che questi Stati europei hanno preferito costruire una rete simile senza coinvolgere l’intera Unione.

Dalle rivelazioni è anche trapelato come l’Italia non faccia parte di tale network, tanto a causa delle divisioni e delle disorganizzazioni tra il servizio segreto militare (Aise) e quello civile (Aisi), tanto a causa di una legislazione garantista che vincolerebbe il Paese a fare a meno delle intercettazioni se non quando espressamente previste dalla legge, come ricordato dallo stesso governo italiano. Considerando come garantismo e servizi segreti non viaggino spesso di pari passo, le uscite di Roma “a mezzo agenzia” sono sembrate un tentativo di allontanare i dubbi circa una situazione che potrebbe rivelarsi problematica, qualora si volessero approfondire le indiscrezioni di Snowden.

Il caso Datagate ha però avuto anche un merito. È riuscito infatti a risvegliare le coscienze europee circa l’inutilità di uno strumento a disposizione dell’UE che, così come strutturato, si discosta ampiamente dagli standard delle altre potenze internazionali. Stiamo parlando dell’EU IntCen, ovvero il poco noto Centro d’Intelligence dell’Unione, erede continuazione del precedente Centro di Situazione Congiunto (SitCen) fondato nel 2002.

L’IntCen fa parte, dal gennaio 2012, del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) ed è composto da circa 70 funzionari che sono perlopiù ufficiali dell’UE e agenti a contratto. Vi è poi una quota di personale specializzato nei servizi di sicurezza ed intelligence proveniente dagli Stati membri. L’IntCen è organizzato in due divisioni. In primo luogo, l’Analysis Division che è formata da sezioni tematiche e geografiche e produce analisi strategiche basate sulle informazioni provenienti dagli Stati membri. In secondo luogo, la General and External Relations Division, formata da tre sezioni che si occupano di IT (Information Technology), comunicazione interna ed esterna e open source analysis.

Questo organismo è inoltre dotato di una Intelligence Unit che fornisce consulenza anche nella preparazione delle missioni europee di gestione delle crisi. Dal 2007 l’Intelligence Unit è collegata in modo più sistematico con la divisione intelligence dello Stato Maggiore dell’UE (EUMS) attraverso la Single Intelligence Analysis Capacity (SIAC). Si occupa infine di attività monitoraggio e early warning soprattutto per quanto riguarda le aree geografiche sensibili, il terrorismo e la diffusione di armi di distruzione di massa.

Sebbene non vi siano dati a sufficienza per poter valutare a fondo l’operato dell’IntCen, risulta alquanto evidente che un centro di intelligence europeo formato dai soli 70 funzionari dichiarati non possa certamente competere nel delicatissimo campo dello spionaggio in materia di sicurezza con i ben più sofisticati centri d’analisi, ad esempio, degli Stati Uniti. Le divisioni politiche tra le capitali europee, dunque, non fanno altro che gettare nell’ombra questo servizio che vive di sola luce riflessa. Infatti, come detto, l’EU IntCen basa la propria attività sulle cosiddette open source information, ovvero niente di più di quanto si possa raccogliere dalla lettura di un semplice quotidiano e sulle informazioni “gentilmente” concesse dalle 28 capitali nazionali.

Ciò palesa dunque limiti strutturali che fanno di questo centro di intelligence un organismo del tutto privo degli strumenti necessari per operare nel settore per cui è stato costituito. I limiti di IntCen sono quindi diversi. Il primo è che non vi sia una sistematicità nell’introduzione di informazioni da parte degli Stati membri verso l’UE, ma al contrario dall’UE agli Stati membri. Secondariamente, nonostante non si abbiano rilevazioni qualitative, risulta invece evidente come l’elaborazione dati sia quantitativamente limitata a causa della scarsità di personale. Terzo, l’utilizzo di fonti open source può portare ad analisi errate in quanto in molte regioni del mondo la stampa è controllata direttamente dai governi, che permettono di pubblicare informazioni spesso distorte o lontane dalla realtà. Quarto, il fatto che i servizi di intelligence europei rimangano controllati direttamente dai governi nazionali non permette di sviluppare una visione condivisa dei target su cui concentrarsi.

Una prima soluzione che andrebbe urgentemente applicata dall’attuale sistema politico europeo è la trasformazione dell’EU IntCen in un centro volto a garantire che almeno non vi siano duplicazioni negli obiettivi da monitorare. Un secondo passo potrebbe essere quello volto alla trasformazione di tale struttura in un centro di raccolta dei risultati elaborati dai Ventotto. Infine, ma questo probabilmente sarà possibile solo a fronte di significative modifiche dell’architettura istituzionale europea, l’EU IntCen dovrebbe trasformarsi in un centro di elaborazione unitario dove tutti i membri possano dare uguale peso alle diverse contingenze analizzate. Ma anche in questo caso, senza volontà politica, sarà una strada tutta in salita.

L’impianto di ascolto e intercettazione sulla collina Teufelsberg a Berlino. (© Lutz Artmann – 2009)

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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2 comments

  1. Dott. Carone, si informi meglio: l’AISE non è il servizio segreto militare italiano.

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