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La caduta degli austeri

La storia, per chi non la conoscesse, inizia nel maggio 2010, presso l’Università di Harvard. Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, economisti e ricercatori, pubblicano un saggio intitolato “Growth in a Time of Debt”. Nel loro lavoro R&R mettono in relazione il rapporto debito/PIL con la crescita, sostenendo che quanto è maggiore il primo, minore è la seconda. In particolare individuano una soglia, il 90% di debito su PIL, oltre la quale la crescita economica è più bassa o addirittura negativa.

In tempi normali tale ricerca sarebbe rimasta nota solo agli addetti ai lavori. Nel 2010 si era però in piena crisi del debito sovrano: il debito pubblico greco era esploso e altri Paesi nell’Unione Europea (UE) soffrivano elevati deficit di bilancio trovandosi esposti alla speculazione finanziaria. È il momento in cui prende forma l’austerità, per la quale è la Germania di Angela Merkel a spendersi in prima linea – anche con toni non propriamente indulgenti – ergendosi a baluardo della responsabilità nei conti pubblici.

Questa è, nella sostanza, la linea tedesca: chi ha sbagliato, accumulando troppo debito durante gli anni e investendo quel debito male, deve uscirne tagliando la spesa e se necessario aumentando le tasse, sopportandone gli eventuali costi sociali, solo a queste condizioni l’UE può fornire un più o meno efficace scudo contro la speculazione, per evitare che la situazione peggiori. Alcuni provarono ad alzare la testa e a ribellarsi, proponendo come il primo ministro greco George Papandreu un referendum sulle condizioni per il salvataggio imposte da Bruxelles e Berlino, ma la risposta rimase netta e implacabile. Non è colpa dei tedeschi se i greci hanno speso male e amministrato peggio. La colpa è loro e da loro avrebbe dovuto essere scontata.

Il lavoro di Renhart e Rogoff fornisce qui la fondamentale giustificazione economica per l’austerità che non può avere solo significato punitivo: bisogna che sia motivata anche dal tentativo di far riprendere l’economia. Suggerendo che un debito elevato significhi una crescita bassa o negativa, viene dunque giustificata la soluzione austera, sposata tanto dalla Germania quanto dalla Commissione Europea e dall’Unione nel suo insieme. Tagli, minori spese, pareggio di bilancio, rientro del debito. Termini ormai a noi familiari che, grazie alle ricerca di R&R, non significano solo rigore e punizione, ma una speranza di agganciare la crescita economica in futuro, tornando a essere credibili e competitivi.

Purtroppo conseguenza dell’austerità è stata una diminuzione del PIL impressionante non solo nelle economie direttamente coinvolte, ma nell’UE nella sua interezza, dove nel 2013 si registra crescita zero, che diviene negativa se consideriamo l’eurozona. Un risultato non certo brillante che ha contribuito quest’anno a riaprire il dibatto tra chi vuole spendere di meno e chi vuole spendere di più nonostante i debiti già contratti. Così, quando lo scorso aprile tre ricercatori del Massachusetts Institute of Technologies hanno scoperto un errore nei conti di Reinhart e Rogoff, un numero significativo di commentatori e analisti ha colto la palla al balzo per rivalersi. L’errore scoperto non è in realtà troppo rilevante, ma di sicuro è stato fonte di grande imbarazzo: nel calcolare la crescita media dei Paesi che hanno considerato per il loro studio, R&R hanno dimenticato di selezionare cinque righe su Excel, e dunque cinque Stati, tra cui il Belgio. Includendo quest’ultimo, Paese ad alto debito, la crescita media risultante è diversa da quella presentata nella ricerca: non più negativa, ma semplicemente inferiore rispetto ai Paesi meno indebitati. Secondo e non meno importante, il saggio non considera i dati (perché non disponibili all’epoca) di Canada, Nuova Zelanda e Australia, che nel secondo dopoguerra presentavano tassi di crescita rilevanti a fronte di un elevato debito pubblico. Risulta così che il mondo intero ha discusso per un paio di anni e applicato politiche economiche parecchio significative basandosi – anche – sui risultati di una ricerca che era stata semplicemente impostata male.

Per capire quanto influente sia stata la ricerca di Reinhart e Rogoff, basta analizzare la lettera che Olli Rehn ha inviato ai Ministri dell’Economia e delle Finanze dell’UE nel febbraio 2013. Rehn, Commissario europeo per gli Affari economici e monetari, ricorda come sia “ampiamente riconosciuto, tramite valida ricerca accademica, che livelli di debito oltre il 90% tendono ad avere un impatto negativo sul dinamismo economico”. Ampiamente riconosciuto dai due economisti americani, certo, ma la soglia non trova conferma empirica risolutiva e il loro studio è oggetto, come riportato sopra, di ampie critiche. Potrebbe anche essere vero che storicamente alti livelli di debito corrispondono a bassi tassi di crescita, ma resta il dubbio se sia l’alto debito a determinare scarso dinamismo economico o piuttosto il contrario.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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2 comments

  1. L’errore non sta nel decidere quale percentuale di debito sia penalizzante o meno.

    L’errore sta nello sperare che si possa diffondere ancora oggi l’idea che il debito non sia in realtà quello che realmente è. Una arma contro i paesi deboli a vantaggio dei forti. I forti possono avere tutto il debito che vogliono i deboli no.

    Continuare a dire che i deboli saranno forti se staranno sotto il 90 o il 100 o il 50 è finita. Non ci crede più nessuno a questa balla.

    E’ necessaria una nuova bretton woods e nuove fesserie economiche da inventare perché quelle vecchie sono state sbugiardate.

    L’economia è una scienza non può rimanre a dire cose vecchie di un secolo. Non ci crede più nessuno. Anche le ******* vanno cambiate e aggiornate.

  2. Michele Uberti

    Fa riflettere il rapporto tra accademia/teoria e politica/scelte pubbliche. Quando si dice che le idee fanno la storia….oppure è la cultura/accademia che legittima scelte politiche e rapporti di forza preesistenti?

    Hegel vs Marx

    PS1:Vedi a non sapere usare Excel quanti danni!

    PS2:Che pezzo di giornalismo Sorbello..voglio un autografo a ‘sto punto. XD

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