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La questione Kosovo – Dalle origini all’era Milošević

La “questione Kosovo”. Un argomento reso attuale dall’accordo Serbia-Kosovo del 19 aprile 2013 e, pochi anni prima, dalla lotta armata degli anni ’90, la guerra, l’intervento internazionale. Eventi che però sono solo il ri-emergere di una questione che ha storicamente, soprattutto in coincidenza di sconvolgimenti politici più ampi (la crisi dell’impero ottomano, le guerre mondiali ed il crollo della Jugoslavia), insanguinato il Kosovo.

Oggi il territorio kosovaro è abitato – dati del censimento 2011, boicottato però dai serbo-kosovari – per il 92% da popolazioni di etnia albanese, per il 5,3% da serbi e per il resto da bošnjaci, turchi, montenegrini, macedoni, gorani, rom, ashkali, egiziani ed ebrei. Un quadro demografico risultato di continue migrazioni (volontarie o, con terribile regolarità, forzose) e continue rivendicazioni, e che non si potrebbe riassumere con la semplice dicotomia albanesi-musulmani contro serbi-ortodossi. Una forma di semplificazione però necessaria per provare a descrivere le vicende della regione.

La “questione Kosovo”, dal punto di vista politico, nasce nel 1912-13, al termine delle guerre balcaniche, che provocano la definitiva spartizione degli ex-territori europei dell’Impero ottomano. La Serbia, indipendente già dal 1878 – ma di fatto libera dal giogo turco già dal 1815 – durante la guerra aveva occupato sia il Kosovo che il nord dell’Albania, territori ancora parte dell’impero. La sua espansione preoccupava però le potenze occidentali, soprattutto Italia e Austria, che non volevano uno stato serbo troppo grande e dotato di uno sbocco sull’Adriatico. Per questo motive, e per riconoscere le rivendicazioni albanesi – il nazionalismo albanese nasce nel 1878, con la Lega di Prizren, città del Kosovo, ed aspira prima ad una maggiore autonomia all’interno dell’impero, poi all’indipendenza –, fu creata l’Albania indipendente. Per non scontentare troppo la Serbia, le fu concesso di mantenere il Kosovo, ancorché già all’epoca abitato in maggioranza da comunità albanesi. La situazione venne confermata dopo la 1^ guerra mondiale, a dispetto del principio dell’”autodeterminazione dei popoli” tanto caro a Wilson per ricompensare la Serbia dei sacrifici compiuti durante la guerra. La questione si ripeté anche dopo la 2^ guerra mondiale.

Le motivazioni politiche si sono sempre intrecciate poi a quelle di tipo storico. Il Kosovo infatti è chiamato dai serbi “La vecchia Serbia”, in quanto culla, nel XIII° e XIV° secolo, della civiltà serba dei Nemanjić (massimo splendore durante il regno di Stefan Dušan), che fecero di Prizren (in Kosovo) il centro della propria civiltà e di Peć (Pejë) il centro della chiesa ortodossa serba, attuando una politica di “ortodossizzazione” della zona – prima in parte cattolica – e creando monasteri in tutti i centri del Kosovo. Un “diritto storico” dei serbi ad abitare e governare il Kosovo contestato dalla storiografia albanese, che ritiene i Nemanjić conquistatori ed usurpatori di terre albanesi, anticamente abitate dai Dardani, popolo pre-romanico di stirpe illirica (come gli albanesi).

Anche le dinamiche demografiche del Kosovo sono molto dibattute. C’è però abbastanza accordo nel ritenere che all’epoca dell’invasione ottomana – 1389, battaglia di Kosovo Polje (Fushë Kosovë) in cui i turchi sconfissero i serbi, poi annettendo i territori nel 1455 dopo strenua resistenza opposta dagli albanesi di Kastrioti (1445) e di nuovo dai serbi (1448) – il Kosovo fosse abitato in maggioranza da slavi. L’aumento della popolazione di etnia albanese sarebbe avvenuto durante il dominio turco, in seguito a migrazioni dal nord dell’Albania ed alle migrazioni verso altre terre dei serbi.

Alla iniziale autonomia e tolleranza religiosa concessa ai cristiani in Kosovo infatti, gli ottomani fecero seguire, nel XVII° secolo, una politica orientata a convertire forzosamente la popolazione all’Islam, soprattutto durante e dopo la guerra tra ottomani e Lega Santa del 1683-1699, in cui i serbi si schierarono con gli asburgici (e i cattolici albanesi coi veneziani). Ed è proprio per fuggire alle rappresaglie e per non convertirsi, che molti serbi accettarono l’asilo offerto loro da Leopoldo I nei territori asburgici, dando il via alle grandi migrazioni serbe verso nord (soprattutto 1690 e 1739) ed all’insediamento nell’attuale Serbia, in Voivodina ed in Slavonia (nell’attuale Croazia).

Il sotto-popolamento – causato anche dalla peste – che ne derivò, fu compensato dall’arrivo di famiglie albanesi da sud (iniziato già agli inizi del XVII° secolo) che invece, inizialmente cattoliche, avevano accettato di abbracciare l’Islam per evitare il devşirme, la leva, per elevarsi socialmente, o perché costretti.

La conversione all’Islam consentì agli albanesi di avere una posizione privilegiata nella società turca, beneficiando degli stessi diritti dei turchi, tra cui quello di possedere la terra, negato ai cristiani. Da una parte questo rallentò la nascita di un nazionalismo albanese – anche la già citata “Lega di Prizren”, nata nel 1878, era inizialmente orientata solo ad ottenere maggiore autonomia e ad evitare che dalla spartizione dell’impero ottomano derivasse quella dei territori “albanesi” -, dall’altra provocò, con l’emergere dei nazionalismi, un inasprimento dei rapporti tra le due etnie. Fin dal 1877-78 nel Kosovo, ancora formalmente ottomano ma occupato provvisoriamente dai serbi, non mancarono episodi di violenza, rivolte e rappresaglie contro la popolazione civile albanese. Rappresaglie di cui invece furono oggetto i serbi quando gli ottomani, e quindi gli albanesi, ripresero il controllo della zona, dopo il Congresso di Berlino del 1878. Oppure durante il conflitto del ’14-’18, quando l’esercito serbo in fuga verso la costa dopo l’offensiva austro-tedesca, fu decimato dagli attacchi degli albanesi, nel Kosovo e in Albania.

Una situazione che si ripeté nel ’39 – ’45: molti albanesi del Kosovo collaborarono con le truppe dell’Asse – che sfruttarono ampiamente la retorica pro-albanese – partecipando alla persecuzione dei kosovari di etnia-serba. Questo scatenò numerose rappresaglie prima e dopo il ’45, malgrado a partire dal ’43 alcuni gruppi di kosovari-albanesi avessero partecipato alla lotta anti-nazista.

In generale, fino all’incirca il 1968, la popolazione albanese del Kosovo – da un censimento del 1921 il 64,1% del totale – fu percepita come un pericolo dai governi serbi/jugoslavi, che non mancarono di cercare di “slavizzare” la zona, proibendo l’uso e l’insegnamento della lingua e l’esibizione dei simboli della nazionalità albanese. Vennero avviati nel ’22 e nel ’33 anche due programmi per favorire la colonizzazione dei confini sud del Kosovo con serbi provenienti dal nord, in terre espropriate ad albanesi col pretesto dell’assenza di documenti con cui dimostrare il diritto di proprietà. Fu inoltre firmato un accordo (1938) per un programma di immigrazione, per alcuni deportazione, degli albanesi del Kosovo verso la Turchia (gli albanesi erano considerati “turchi”). Nella divisione amministrativa si ebbe poi cura nel dividere tra varie entità (banovinas) i territori abitati da albanesi.

Queste politiche portarono ad un nuovo aumento della percentuale di serbi in Kosovo, incremento che durò anche nei primissimi anni della Jugoslavia di Tito, in cui si continuò ad attuare politiche simili, negando l’esistenza di una “nazione albanese” e incoraggiando l’emigrazione albanese verso la Turchia e quella serba e montenegrina in Kosovo. L’atteggiamento cominciò a cambiare alla fine degli anni ’60, dopo l’intervento sovietico a Praga e il miglioramento dei rapporti con l’Albania, nell’ambito del “movimento dei non-allineati”, guidato proprio dalla Jugoslavia. Il Kosovo cominciò ad essere percepito come un ponte tra l’Albania e la Jugoslavia, da utilizzare per cementare i rapporti tra i due paesi. Ne derivò un miglioramento delle condizioni per i kosovari di etnia albanese che furono autorizzati all’insegnamento della propria lingua e storia (fu aperta anche una facoltà di Albanologia a Pristina).

Possibilità che diventarono un richiamo anche per famiglie albanesi che risiedevano in Macedonia o Serbia – dove invece non potevano usufruirne – e portarono ad una nuova albanizzazione” del Kosovo, favorita anche dal tasso di natalità più alto rispetto a quello delle altre etnie (dal ’61 all”81 gli albanesi passarono dal 67% della popolazione a oltre l’80%). Il contraltare fu ancora una volta la “fuga” dei serbo-kosovari, talvolta costretti a studiare in scuole albanesi, che ripresero a spostarsi verso nord, Belgrado e Niš soprattutto.

Proprio la situazione dei serbo-kosovari, enfatizzata come una sorta di “oppressione”, fu uno degli elementi cardine nella retorica nazionalista e “revanscista” usata da Slobodan Milošević per raggiungere la leadership nel partito comunista jugoslavo e nella federazione. Una retorica che, vista la precaria condizione economica del Kosovo (basso reddito e disoccupazione giovanile cui le politiche di Tito non avevano trovato rimedio) e il precario equilibrio politico (ci furono rivolte già nel 1981, ad un anno dalla morte di Tito), avrà degli effetti devastanti sullo stesso Kosovo e sull’intera Jugoslavia.

Tanto che nel suo tragicamente famoso discorso del Vidovdan del 1989, si può far risalire la nuova definitiva esplosione della “questione Kosovo”. Ma anche l’inizio della fine per l’intera Jugoslavia. E l’inizio di un incubo alle porte dell’Europa.

Nell’immagine il quadro “La battaglia del Kosovo – I Turchi uccidono il cavallo del principe Lazar”, di Adam Stefanović, dipinto nel 1870 (Wikimedia Commons)

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L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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6 comments

  1. Non sono d’accordo, moltissimi popoli non si sono convertiti. Il Kosovo è senza dubbio serbo con tutto il rispetto degli Albanesi. Altrimenti dobbiamo appoggiare l’annessione della Crimea alla Russia.

  2. Bellissimo articolo. Molto dettagliato.

  3. Un scifo articolo. Grazie Marco..

  4. pensare un po che la etnia albanese nei Balcani nel 1821, quando la Grecia ha ottenuto l’indipendenza, era +/- 3 milioni di abitanti. ora l’Albania conta 2 800 000 abitanti. la Russia ha avuto un ruolo principale nella dichiarazione di indipendenza delle popolazioni slave dei Balcani. se non fosse stato per l’america oggi l’Albania non sarebbe esistita. pensare che non ce nessuno altro popolo nei Balcani che ha combattuto più degli albanesi contro i turchi. nel xv secolo e scandaloso come la repubblica di venezia fosse pro l’impero ottomano e contro l’albania. nessuno ha aiutato l’albania contro i turchi in una guerra che ha durato piu di 5 secoli e ancora prima contro gli slavi. se trovate un documento dove si parla dell’arrivo degli albanesi negli balcani avette tutto il diritto di criticare ma dato che sono li da sempre abbiate il rispetto e l’umiltà del silenzio. la conversione degli albanesi in musulmani e stato un fallimento dell’europa. per v secoli e stata abbandonata al proprio destino. chi di voi nn cambierebbe religione se vostro figlio oppure vostro padre partirebbe per il servizio di leva come soldato forzato per l’impero ottomano. la verita e che l’albania in europa ha avuto zero appoggio.

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