martedì , 20 febbraio 2018
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Le elezioni in Kenya e il ruolo dell’UE: “democrazia” tradita?

La storia democratica del Kenya è senza dubbio molto recente e, purtroppo, ricca di contraddizioni. Nonostante l’Unione Europea (UE) nell’ultimo decennio abbia collocato il Kenya tra i Paesi africani che hanno raggiunto i maggiori successi nel processo di democratizzazione, i tragici precedenti delle elezioni del 2007, fino ad arrivare alle ultime elezioni tenutesi nel marzo 2013, sollevano non pochi dubbi sull’effettivo livello di democrazia conquistato dal popolo keniano.

In effetti, il ruolo dell’UE nella promozione della democrazia ha trovato un ampio consenso nella “giovane” e attiva società civile keniana. L’impegno europeo nel garantire il regolare svolgimento delle elezioni e nel tentare di ridurre i problemi di corruzione, infatti, non è percepito in maniera invasiva dalla popolazione. È invece nelle alte sfere del potere che questo incontra una maggiore opposizione. Le recenti elezioni presidenziali fanno sospettare che la corruzione dei leader politici e la manipolazione dei risultati elettorali costituiscano tuttora problemi endemici del Kenya e, di conseguenza, che l’azione dell’UE non abbia portato ai successi auspicati.

Ripercorrendo gli ultimi dieci anni della storia politica keniana, l’UE sembra quindi aver parlato con troppo anticipo e ottimismo di “democrazia”. Nelle elezioni del 2002 (le prime monitorate dagli osservatori europei) il Kenya ha infatti assistito, per la prima volta, al passaggio pacifico di potere all’opposizione guidata da Mwai Kibaki. Il risultato tanto positivo quanto inaspettato condusse a salutare l’evento come un grande successo democratico, al punto che l’allora Commissario europeo per le Relazioni Esterne, Benita Ferrero-Waldner, si spinse a definire il Paese come «baluardo della democrazia» ed esempio per gli altri Paesi dell’Africa Sub-Sahariana.

Nelle successive elezioni del 2007, tuttavia, l’interpretazione ottimistica europea si è scontrata con la cruda realtà dei brogli elettorali per mantenere al potere Kibaki, corrotto a sua volta da quel sistema che inizialmente aveva detto di voler combattere. Poiché il trionfo del leader dell’opposizione (già allora Raila Odinga) sembrava praticamente annunciato, la vittoria inaspettata di Kibaki fece scoppiare terribili episodi di violenza, che portarono alla morte di più di 1200 persone in tutto il Paese.

Nonostante le denunce di irregolarità elettorali da parte della EU Electoral Observation Mission (EU EOM) e del Parlamento Europeo, il Presidente Kibaki è riuscito a portare a termine il suo secondo mandato. Per porre fine agli scontri ed evitare di innescare una vera e propria guerra civile, il governo di Kibaki ha adottato una nuova costituzione, sulla carta molto più democratica della precedente. Anche l’UE si è pronunciata in maniera positiva in merito alla nuova costituzione democratica. Il problema è che molti attivisti della società civile sono convinti che quel documento attualmente rappresenti solo un pezzo di carta.

Visti i precedenti, ci si chiede quali siano i progressi nel processo democratizzazione cui il Kenya ha assistito nelle ultime elezioni presidenziali. A marzo circa 14 milioni di keniani si sono messi pazientemente in fila per esprimere il proprio voto, con la speranza che la ventata democratica della nuova costituzione avrebbe portato qualche importante cambiamento. E, in effetti, i cambiamenti ci sono stati. Dal canto suo, l’UE ha incaricato gli osservatori della EU EOM di controllare il regolare svolgimento delle elezioni. L’assistenza ai processi elettorali e la loro supervisione costituiscono d’altronde una parte consistente nella promozione europea della democrazia in Africa. Le elezioni del 2013 hanno concretamente introdotto delle novità rispetto al passato, con l’intento di evitare le irregolarità nel voto, che l’UE ha chiaramente esaltato come segnali di una democrazia in crescita.

L' Autore - Alice Condello

Laureata magistrale in Scienze Internazionali (indirizzo in Studi Europei) con una tesi di ricerca, svolta in parte a Nairobi, sul ruolo internazionale dell'UE in Africa. Il lavoro sul campo ha stimolato in me l'interesse verso il tema delle relazioni tra UE e paesi africani, che ho la fortuna di coltivare e approfondire grazie alla collaborazione con Europae. "Eurottimista consapevole", come mi piace definirmi, sogno un giorno di poter lavorare viaggiando tra Europa e Africa.

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