mercoledì , 21 febbraio 2018
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Lo strano caso dell’Eurofighter Typhoon: il futuro dei velivoli da combattimento in Europa

di Enrico Iacovizzi e Antonio Scarazzini

Il 24 luglio il Commissario europeo per l’industria Antonio Tajani ha presentato un piano per rendere più efficace e competitiva l’industria europea della difesa, settore in cui l’UE sta lentamente ma inesorabilmente cedendo il passo a vecchi e nuovi competitor internazionali. Il declino europeo è dovuto almeno a due fattori principali. Da un lato, la crisi del debito ha causato una forte flessione nella voce di spesa dedicata alla difesa in numerosi Paesi europei (quasi 60 miliardi di euro in 10 anni), a danno soprattutto del settore R&S (-14% in 5 anni), a fronte di robusti incrementi in tutte le potenze emergenti (per i BRICs è previsto un incremento da 11 a 26 miliardi di euro tra il 2008 ed il 2015).

Dall’altro, l’UE soffre di una fisiologica frammentazione dei mercati nel settore della difesa lungo direttrici nazionali, perpetrando un quadro insostenibile di duplicazione dei costi e sovrapposizione di capacità operative: molti Stati continuano a favorire una logica prettamente nazionale (circa il 75% degli investimenti) anziché sfruttare i benefici che le economie di scala hanno già portato in altri settori, a fronte di costi elevati e scarsa competitività. A soffrire maggiormente questa situazione è il settore dei velivoli da combattimento, soggetto ad una forte dipendenza europea da prodotti statunitensi quali i trasporti C-130 Hercules o i caccia multiruolo F-16 Fighting Falcon. Ancora più allarmante è la situazione dei velivoli a comando remoto (RPAS), meglio noti come droni, dove i Predator americani occupano sostanzialmente una posizione di monopolio. Una dependency on suppliers che nei prossimi decenni verrà accentuata dall’assenza di progetti europei in grado di sostituire i tre modelli europei Dassault Rafale, Saab Gripen ed Eurofighter Typhoon.

Primo atterraggio verticale di un F-35 sulla portaerei USS Wasp. (© US NAVY - 2011)
Primo atterraggio verticale di un F-35 sulla portaerei USS Wasp. (© US NAVY – 2011)

Un’impasse industriale che si tramuterebbe ben presto in una retrocessione geopolitica su scala globale, data la rilevanza tattica e strategica che le forze aeree hanno dimostrato in tutti i conflitti degli ultimi venti anni, grazie alla loro prontezza e rapidità dell’azione, capacità di proiezione e la limitazione (parziale) degli effetti collaterali. E mentre gli Stati Uniti d’America mettono a punto l’F-35, la Russia il Sukhoi T-50, la Turchia il TAI F-X, la Cina possiede già il Chengdu J-20 e prepara lo Shenyang J-31, l’UE non ha all’attivo alcun nuovo progetto o dimostratore, ed anzi alcuni Stati membri hanno preferito affidarsi al progetto a guida americana Joint Strike Fighter per la creazione del cacciabombardiere F-35 Lightning II. Per tacere della Francia, “autarchica” grazie al Rafale nato proprio da un progetto alternativo al Typhoon negli anni Ottanta.

È difficile rintracciare la logica legata a questa scelta, dal momento che in questo settore l’industria europea ha esperienza ed expertise da vendere, e non mancano esempi eccellenti: uno tra tutti il programma NEURON per la creazione di un dimostratore tecnologico per lo sviluppo del primo UCAV stealth europeo, nato nel 2003 dalla cooperazione tra Italia, Svizzera, Spagna, Grecia, Regno Unito e Francia. Un altro esempio ben più noto è sicuramente quello del consorzio Eurofighter (Germania, Italia, Spagna e Regno Unito), che ha dato alla luce il caccia multiruolo di quarta generazione e mezza EF2000Typhoon.

Proprio quest’ultimo velivolo è legato ad uno dei più grandi paradossi dell’industria aeronautica europea: l’introduzione dell’F-35 in Europa porterebbe al rimpiazzo di numerosi esemplari di Typhoon, nonostante quest’ultimo sia un velivolo estremamente efficiente. Se da un lato l’F-35 presenta una tecnologia estremamente avanzata, è pur vero che supera i parametri del Typhoon solo per quel che riguarda la tecnologia stealth. Al contrario il Typhoon è maggiormente manovrabile, specialmente a media ed alta quota, e più veloce, dal momento che superato il regime transonico l’F-35 riesce a malapena a sfiorare velocità Mach 1.6 contro Mach 2 del Typhoon. Ancora, l’F-35 presenta una serie di problemi di progettazione che la Lockheed Martin si è affrettata a definire “problemi di gioventù” dell’aereo, ma la cui risoluzione comporta un notevole aumento dei costi unitari, pena l’inefficacia operativa dell’aereo. I due esempi più rilevanti sono rappresentati dall’abitacolo, che pecca di scarsa visibilità negli angoli posteriori del campo visivo del pilota e compromette la sicurezza di volo e l’efficacia negli scontri (dato confermato in un rapporto del Pentagono) e dall’impianto elettrico a 270 volt, estremamente delicato, che al più semplice danno rischia di provocare pericolose fiammate.

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4 comments

  1. Sergio Bruschi

    forse non sarà “uno strano caso” però è incontrovertibile il fatto che la vecchia Europa si sia lasciata ancora una volta fregare da paesi “esterni” ad essa!
    Pur ammettendo il fatto che Thyphon e d F35 non coprono i medesimi ruoli,resta il fatto che andava migliorato il Thyphon o messo allo studio qualche nuovo aereo europeo utilizzando l’aereonautica inglese,tedesca ed italiana ( ed anche svedese!).
    L’Inghilterra non deve esser presa ad esempio per diverse ragioni,la prima è che gli inglesi sono sempre a rimorchio degli USA,la scelta del F35 è stata una specie di “autogol” per l’industria aereonautica inglese.
    Non ha avuto neppure il permesso di montare motori Rolls Royce sugli F35! Ha perso la possibilità di utilizzare il know how che aveva acquisito con gli Harrier . Una volta costruiva un grande aereo come il Vulcan,oggi è USA dipendente!
    Gli USA hanno “vinto” la guerra economica usando il bastone e la carota con gli Europei che ancora una volta si sono lasciati fregare!

    No

  2. Un pessimo acquisto, una mazzetta pagata agli USA affinché supporti il sistema partitico italiano contro le nuove realtà politiche.
    Sapete come è stato definito lo F35 dal progettista dello strepitoso F16?
    “A lemon” ossia un vero bidone i cui costi sono elevatissimi – stranamente – a dispetto del fatto che esso sia la copia stealth -la Cia rubò i disegni – del cacciabombardiere russo Yak141…che già volava con successo…qualcosa non torna.

  3. Attenzione, l’F-35 e il Typhoon sono 2 velivoli che hanno caratteristiche e ruoli molto diversi. Un paragone tra i due risulta molto complesso e, in determinati casi, improponibile.
    Il Typhoon è un aereo da difesa aerea, progettato e concepito per il combattimento aria-aria. E’ vero che la Gran Bretagna ha implementato la capacità di attacco al suolo, ma questa va a detrimento di alcune caratteristiche, su tutta la visibilità del velivolo, visto che nel’F-35 l’armamento è in una baia interna mentre nel Typhoon è esterno. Anche ai profani in ogni caso appare evidente come adattare un velivolo ad un compito per il quale non è stato concepito è una soluzione di ripiego che è anche antieconomica. Un’ora di volo di un Typhoon costa circa 40mila euro, quella di un F-35 circa 24mila. Non a caso per il momento solo la Gran Bretagna ha scelto questa via.
    Se anche l’italia avesse scelto questa strada avrebbe comunque dovuto comprare ulteriori Typhoon, visto che quelli che ha li utilizza per la difesa dello spazio aereo. Il ritorno industriale per ogni Eurofigther acquistato è d icirca il 21% in favore dell’Italia (ogni 100€ che si spendono 21 vanno in guadagni per le nostre imprese). Ad oggi invece l’F-35 su 2mld investiti dal nostro Paese ha rapportato investimenti per circa 600mln, circa cioè il 30% di quanto speso.
    Ovviamente tutto ciò non considerando che l’F-35 è un velivolo di quinta generazione, mentre il Typhhon, concepito tra gli anni ottanta e novanta, appartiene ad una generazione precedente.
    Ad oggi sul mercato europeo il Typhoon rappresenta di quanto di meglio si possa trovare per la difesa aerea, mentre l’F-35 rappresenta quello che di meglio ci sarà nell’attacco al suolo. Ecco che quindi quello del Typhoon non è necessariamente “uno strano caso”.

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