mercoledì , 21 febbraio 2018
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Modello o egemone? La solitudine di Berlino

“La Commissione ritiene utile condurre un’analisi approfondita per valutare l’esistenza di squilibri macroeconomici”. Queste le parole che hanno scatenato editorialisti di mezzo mondo, per lo più dediti a processare il presunto neomercantilismo tedesco. Capo d’imputazione la svalutazione interna che aumenta la competitività delle merci grazie alla depressione salariale e della domanda, sottraendo così quote di mercato agli altri Paesi e conducendo alla deflazione il resto dell’economia europea. .

Il trafiletto incriminato è inserito nell’Alert Mechanism Report 2014, il passo iniziale della Macroeconomic Imbalance Procedure (MIP) condotta dalla CommissioneGrafico 1 europea per individuare la sussistenza di significativi squilibri economici tra le economie dei Paesi membri. Indebitamento pubblico o privato, disoccupazione galoppante, crollo dei prezzi sul mercato immobiliare: il menù offriva le più varie imperfezioni, piccole o grandi, ma è per l’improvvisa unione di sentimenti di rivalsa (forse invidia ?) che i riflettori paiono soffermarsi solo sulla locomotiva d’Europa, in apparenza così perfetta e immune da errori. Il nodo del contendere è tutto nei numeri del saldo di partite correnti (vedi grafico a lato).

Ormai dal 2007 oltre la soglia limite del 6% del PIL, nel 2012 il surplus tedesco ha toccato il record del 7% attirando subito gli attacchi di firme prestigiose, come quella di Martin Wolf del Financial Times – “la Germania è un peso per il mondo” – e di governi come quello statunitense che hanno definito “problematico” il surplus commerciale. Il ministro delle finanze Wolfgang Schauble ha rispedito al mittente le critiche del Tesoro americano, prontamente supportato dal governatore della Bundesbank Jens Weidmann nel minimizzare gli effetti di una riduzione del surplus.

 In difesa della competitività

Proviamo dunque a confutare la tesi accusatoria che imputa alla Germania la depressione salariale; l’analisi delle dinamiche salariali
Grafico 2permette di valutare che, tra le principali economie europee, la Germania ha fatto segnare, prima e durante la crisi, un aumento della retribuzione per persona attiva superiore alla sola Italia ed inferiore alla media dell’eurozona; dati che vanno completati da quelli relativi alle retribuzioni medie annue: dall’ultimo sondaggio Eurostat (2010) su una media di oltre 26 mila euro nell’Europa a 27 (più di 29 mila per l’eurozona) la Germania vanta retribuzioni medie di oltre 38 mila euro, contro i 34 della Gran Bretagna, i 33 della Francia, i 31 dell’Italia o i 27 della Spagna. Tanto più uno Stato è in grado di accompagnare all’aumento dei salari reali una crescita della produttività del lavoro (misurata come PIL per persona attiva), tanto più ne trarrà giovamento la sua competitività in termini di contenimento del costo del lavoro.

Osserviamo dunque le performances delle principali economie europee in termini di produttività, sempre a partire dalle statistiche fornite dalla BCE.

grafico 3Salta immediatamente all’occhio l’ottima prestazione della Spagna, annullata però da una crescita dei salari reali superiore al 20% dal 2005; la Germania può giovarsi di aumenti più contenuti e posizionarsi ancora al di sopra della media dell’eurozona e della UE a 28. Si aggiunga a questo dato anche quello della produttività multifattore (MFP), ossia quella che tiene conto degli input di capitale oltre che di lavoro. Le registrazioni OCSE denotano che la Germania segna trend di crescita costanti dal 1995, con arretramenti solo tra 2008 e 2009 ed un +0,1% segnato tra 2007 e 2011 che, per quanto modesto rispetto al +0,8% degli Stati Uniti o al 3,3% della Corea, fa gola a Francia (-0,3%) Gran Bretagna (addirittura -2,4%) e Italia (-0,9%). Quest’ultima, fanalino di coda tra le economie più ricche del mondo, fa peggio di tutte sotto ambedue gli aspetti, chiudendo il 2012 sotto i livelli 2005 di produttività del lavoro e registrando tra 1995 e 2011 un -0,2% in termini di MFP.

Grafico 4La risultante del combinato disposto dei due fattori porta pertanto ad una dinamica favorevole alla Germania per ciò che riguarda il costo del lavoro per unità di prodotto (Unit Labour Cost). Nei confronti della sola eurozona, il costo del lavoro nell’ultimo decennio ha segnato in Germania un -11% secondo le rilevazioni Eurostat inserite nell’Alert Report. Francia e Spagna contengono gli aumenti con +4% e +0,5%, l’Italia perde vistosamente terreno con un netto +10.8%.

grafico 5E’ utile anche osservare una scomposizione della produttività in fattori, in particolare la pubblica amministrazione in settori chiave quali sanità, protezione sociale, difesa, istruzione. In sostanza la fornitura dei servizi pubblici finanziati tramite spesa pubblica, che per la corrente keynesiana dovrebbe continuare a rappresentare il principale motore di crescita in luogo delle politiche di austerità finanziaria. Per quanto sia impossibile stabilire una precisa correlazione fra andamento della spesa e produttività della PA, si può quantomeno affermare, a fronte di un livello di spesa inferiore alla media europea, che la Germania è stato il Paese, insieme alla Spagna, che meglio ha saputo garantire una resa efficace delle pur minori risorse investite. Un processo mancato in Francia e in Italia, riuscita nell’impresa di ridurre la produttività pubblica proprio nel momento del bisogno.

grafico 7Qual è il risultato di queste dinamiche ? Un’inevitabile maggiore competitività: all’interno di un’unione monetaria, senza la facoltà di svalutare la propria moneta, un Paese cerca di sostenere il proprio export tramite la svalutazione interna, appunto il contenimento del costo del lavoro come precedentemente espresso. Il tasso di cambio reale che viene calcolato dalla BCE, di un paniere di venti valute estere oltre che degli scambi interni all’eurozona, e deflazionato per un indicatore di costo (in questo caso proprio proprio ULC) offre la misura perfetta del potenziale competitivo di ciascun Paese.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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2 comments

  1. Condivido molto questa riflessione. Mi permetto di sottolineare peró come la maggiore competitivitá tedesca (che determina il surplus delle partite correnti) sia dovuta a due fattori principali:
    – la produttivitá (come giustamente sottolineato nell’articolo), incentivata dalle riforme dell’agenda 2010, che peró sono state attuate, allora, aumentando la spesa pubblica per finanziare ammortizzatori sociali adeguati e sforando i paramentri di Maastricht;
    – la svalutazione del tasso di cambio reale, che come giustamente osservato, favorisce le esportazioni tedesche al di fuori dell’area euro(non all’interno). Ma questo determina uno squilibrio, in quanto gli altri paesi dell’area euro non beneficiano di questa svalutazione e, anzi, scontano il peso di un euro piú forte rispetto a quelle che sarebbero le valute “reali” dei rispettivi paesi.

    • Antonio Scarazzini

      Caro Paolo,
      innanzitutto chiedo scusa per la risposta così tardiva. In realtà condivido assolutamente le tue osservazioni, anche se in questo caso sono più incline ad addossare eventuali colpe al resto dei Paesi membri: l’Italia in primis avrebbe dovuto far notare nel 2005 lo sforamento da parte della Germania, al pari di quanto Berlino ha fatto in questi ultimi anni. La condivisione di onori ed oneri sta anche in questo. Poi, la svalutazione interna per ora è a grosso beneficio della Germania ma mi chiedo se, con le adeguate riforme, anche Italia e Francia non avrebbero potuto in qualche modo godere di almeno una frazione di quei vantaggi.

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