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Se la troika si spezza. Superare l’austerità, quali ricette ?

In principio furono Olivier Blanchard e Daniel Leigh, rispettivamente capo economista e ricercatore presso il Fondo Monetario Internazionale: un loro rapporto, pubblicato in gennaio, si concentrava sugli errori compiuti dal Fondo nelle previsioni di crescita e nella definizione del moltiplicatore fiscale, il parametro che misura gli effetti che i provvedimenti di politica fiscale generano sul prodotto interno lordo. In neanche venticinque pagine, i due economisti sancirono l’irrisorietà dei moltiplicatori sino a quel momento calcolati intorno allo 0,5 , ammettendo che nel 2011-2012 questi si erano installati «significativamente sopra il valore 1». Un trionfo delle teorie keynesiane, ma soprattutto dell’evidenza degli effetti recessivi delle politiche di austerità in economie già in recessione.

A dire il vero, l’effetto sorpresa per questa uscita shock del chief economist Blanchard va diviso con quello vissuto alla pubblicazione del World Economic Report 2012, il primo atto del mea culpa inscenato dal FMI per ammettere la scarsa efficacia dei programmi di aggiustamento strutturale proposti per i Paesi coinvolti dalla crisi, in particolare nell’Eurozona. Tra qualche scivolone accademico e lo sbottare dei socialisti francesi contro il rigorismo tedesco, anche Olli Rehn e la Commissione Europea si sono nel frattempo uniti all’elogio funebre delle politiche di austerità, incapaci di impedire la caduta in recessione dell’economia, con l’area euro a picco dello 0,6% nel 2012, con scenari dello -0,4% nel 2013 e del +1,2% nel 2014 secondo lo Spring Forecast della Commissione. La resa finale, in fin dei conti, è arrivata sul finire di maggio con la presentazione delle Country Specific Recommendations e la concessione alla Spagna, ma anche a Paesi teoricamente più solidi come Francia e Olanda, di una proroga nel contesto della procedura per deficit eccessivo.

Con i premier dei principali Paesi europei già impegnati ad annunciare battaglia al Consiglio Europeo dei prossimi 28 e 29 giugno, giorni cruciali per rilanciare crescita e occupazione nel Vecchio Continente, un altro documento rilasciato dall’istituto di Washington, pilastro del sistema economico partorito a Bretton Woods, ha comunque destato scalpore sui mercati e tra i decisori politici, malgrado i contenuti non propriamente innovativi. E’ la valutazione che lo stesso FMI fa dello stand-by-arrangementil maxi piano di intervento da 30 miliardi di euro con cui il Fondo contribuì dal 2010 ai 110 complessivi stanziati insieme a Banca Centrale Europea e Commissione Europea per il salvataggio della Grecia. Nasceva così la Troika, una sorta di Direttorio in cui le tre istituzioni potessero concertare le migliori soluzioni da offrire al primo Paese europeo a rischio default dall’introduzione della moneta unica.

Partendo da una fotografia della disastrata situazione in cui l’economia ellenica si trovava nel 2009, agli albori della crisi, gli economisti del team assegnato ad Atene e capeggiato dal direttore del FMI in Europa Poul Thomsen giungono ad ammettere che, sì, le politiche fiscali restrittive imposte alla Grecia – aggiustamento dell’avanzo primario che tra 2011 e 2014 dovrebbe valere per il 14,5% del PIL – potevano essere applicate in una versione quantomeno edulcorata e che l’eccezionale piano di aiuti venne accordato malgrado uno dei quattro requisiti fondamentali (elevata probabilità di raggiungere la sostenibilità del debito pubblico in un orizzonte di medio termine) rimanesse palesemente insoddisfatto. Tra errori di calcolo e sottovalutazioni, il PIL greco ha nel frattempo perso 17 punti percentuali contro i 5 previsti tra 2009 e 2012, mentre la disoccupazione ha sforato di dieci punti il 15% preventivato nel 2010. Il debito pubblico raggiungerà proprio quest’anno il suo picco al 170% del PIL, contro le previsioni iniziali del 153%, per poi iniziare un trend di decrescita sino al 120% nel 2020. Nel mezzo, manifestazioni di piazza e povertà dilagante hanno accompagnato una terribile crisi sociale, sinora mai vista entro i confini dell’Unione Europea e dell’area euro, ad un’economia che già scontava imbarazzanti squilibri.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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