lunedì , 19 febbraio 2018
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Spreco, disinformazione e concorrenza sleale. Quando la tv di Stato è un vaso di Pandora

Le recenti vicissitudini dell’azienda radiotelevisiva greca Ellinikí Radiofonía Tileóras (Ert) hanno riportato in auge l’aspra diatriba in merito alla gestione delle cosiddette tv di Stato. La vicenda ha avuto inizio con l’annuncio shock del premier Samaras della chiusura della Ert l’11 giugno scorso. La decisione, divenuta esecutiva nell’arco di un’ora, ha destabilizzato i 2.500 dipendenti dell’emittente coinvolti dal piano di licenziamento e preoccupato l’opinione pubblica europea in modo trasversale. Tuttavia, il 17 giugno il Consiglio di Stato greco, ha bollato come incostituzionale la scelta dell’esecutivo, sospendendola temporaneamente. La sentenza ha condotto i 3 partiti della coalizione a una riunione d’emergenza durante la quale è emersa con sconcertante chiarezza la distanza siderale delle loro visioni.

Prescindendo dall’aspetto squisitamente politico, la vicenda ha squarciato il velo di Maya che per anni ha coperto la pessima amministrazione della tv di Stato. In Grecia la tv pubblica ha inaugurato le trasmissioni nel 1966 ed è tuttora l’unica emittente il cui segnale sia in grado di raggiungere tutte le isole e quindi tutti i cittadini. La Ert è stata finanziata sin dalle origini da un canone (che nel 2006 ammontava a poco più di 50 euro annuali) integrato alle bollette elettriche, in modo da ridurre al minimo il rischio di evasione. L’azienda, come spesso avviene nel settore pubblico, è affetta da due gravi patologie: cattiva gestione dei finanziamenti pubblici e clientelismo, che si intrecciano formando un connubio economicamente letale. Per comprendere la gravità della situazione basti pensare al rapporto vizioso che lega i due partiti che hanno guidato per decenni la Grecia (la Nuova Democrazia e il Pasok) e l’amministrazione della Ert. Infatti, per anni i tesserati del partito al governo sono stati assunti come consulenti  e pagati con stipendi d’oro talvolta vicini ai 30mila euro mensili. Nemmeno l’istituzione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale) nel 2011 ha ridestato le coscienze degli amministratori, che hanno continuato a ridurre gli stipendi dei comuni dipendenti per garantirsi maxi premi.

Diversa la situazione in Germania, affetta invece dalla piaga di oltre 3 milioni di evasori del canone. Il sistema radiotelevisivo pubblico tedesco è decisamente più complesso e comprende una Federazione delle Radiotelevisioni tedesche (ARD, nella quale confluiscono un canale nazionale, 9 regionali, uno per l’estero e diversi altri tematici) e la Zweites Deutsches Fernsehen (ZDF). Tuttavia, mentre la Federazione è affiliata a privati con i quali divide costi e ricavi, la ZDF è eminentemente pubblica, pur utilizzando ripetitori gestiti da un’azienda sussidiaria di Deutsche Telekom. Istituita nel 1963, l’emittente tedesca agisce sul mercato come agenzia indipendente non a scopo di lucro, prevista in un contratto tra i vari Stati tedeschi. Tale contratto riconosce anche un diritto alla pubblicità a società specificatamente individuate nello stesso, società la cui rilevanza è uno dei criteri per la nomina del consiglio d’amministrazione della ZDF. I privati quindi partecipano alla gestione della tv pubblica, pur non ottenendo alcun ricavo economico.

Il finanziamento della ZDF è composto non solo dai proventi della pubblicità, ma anche dal canone televisivo. Una riforma, approvata nel 2010 ed entrata in vigore quest’anno, è intervenuta sull’argomento con un duplice fine: ridurre l’evasione, portando nelle casse dello Stato tra gli 8 e i 10 miliardi l’anno, e ridurre le spese per riscossione e verifiche fiscali. Il nuovo meccanismo impone il pagamento di un vero e proprio tributo, indipendente dall’effettivo  possesso e del numero di apparecchi radiotelevisivi. Il tributo infatti è correlato a ogni residenza, vale sia per la ZDF, sia per la ARD e da annuale diviene mensile (l’importo complessivo però non varia e si aggira intorno ai 215 euro per residenza). Paul Kirchof, consulente per il governo Merkel, aveva proposto una controriforma, mai approvata benché molto più moderna, per un sistema più equo, basato su un tributo generico sui media, differenziato per reddito e che comportasse l’eliminazione della pubblicità e, conseguentemente, dei privati dalla gestione della tv di Stato.

L’eliminazione degli spot pubblicitari è invece avvenuta nel 2010 in Spagna, dove ora lo Stato finanzia la Televisión Española (TVE) direttamente e con la vendita di programmi all’estero, ma senza canoni diretti a carico dei cittadini. La scelta è stata dettata da un’evasione del canone radicata e insanabile, che nei decenni aveva ridotto le casse dell’azienda pubblica a un autentico colabrodo.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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