domenica , 19 agosto 2018
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UE e giusto processo: l’Italia al banco degli imputati?

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“Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.” Così recita l’art. 111, comma 2, della Costituzione italiana, come modificato il 23 novembre 1999. A distanza di esattamente 14 anni, e soprattutto negli ultimi mesi, poche affermazioni politiche sono state tanto inflazionate in Italia quanto le accuse di parzialità mosse ai giudici. Ma la diatriba sul c.d. giusto processo ha origini più remote (precisamente dalla promulgazione del codice di procedura penale nel 1988) e l’approvazione della riforma del 1999 non è mai stata considerata unanimemente risolutiva, né dalla dottrina, né dalla politica.

Serve d’altronde ricordare come il terreno di coltura nel quale si generò la riforma non fosse esclusivamente italiano. Nell’ottobre dello stesso anno, infatti, il Consiglio Europeo tenutosi a Tampere mosse il primo passo verso la creazione di uno spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia  nei Paesi membri. La riforma costituì inoltre la reazione alle numerose condanne subite da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (in seno al Consiglio d’Europa) per l’eccessiva lunghezza dei processi italiani. Su questo fronte tuttavia i progressi non sono stati costanti e ancora oggi l’arretrato delle corti del Belpaese risulta un fardello non indifferente, sia in termini di diritti delle parti violati, sia in termini di risarcimenti dovuti di conseguenza da parte dello Stato. Analizzando la giurisprudenza (di tipo casistico) della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, si evincono alcuni parametri di rilievo: il primo grado di un processo penale non può superare i 3-4 anni di durata e ogni anno di sforamento costa allo Stato tra i 1000 e i 3000 euro.

Nell’arco di questi 14 anni, mentre la Corte di Strasburgo ha continuato a giudicare sulla base della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e in particolare dell’art 6 (diritto a un equo processo), l’UE ha invece sviluppato un’agile e più dettagliata normativa. Il fondamento di quest’ultima rimangono comunque gli articoli 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che sancisco il diritto a un processo equo e il diritto alla difesa. Al programma adottato a Tampere per instaurare lo spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia, hanno fatto seguito quello dell’Aia e quello di Stoccolma. Quest’ultimo, concepito per il periodo 2010-2014, ha prodotto risultati concreti in tempi rapidissimi. A soli 9 mesi dalla sua adozione è stata infatti emanata la direttiva sul diritto all’interpretazione e alla traduzione degli atti processuali penali in ogni Stato e grado del giudizio. Benché in Italia, con la citata riforma del 1999, il diritto delle parti a essere affiancate da traduttore e interprete sia stato elevato a rango costituzionale, alcune lacune rimangono evidenti. Per esempio è nebulosa l’individuazione del soggetto preposto alla nomina di tali figure e al vaglio delle loro competenze, così come poco nitido è il metro con cui giudicare la capacità delle parti di comprendere la lingua italiana.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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One comment

  1. giusto processo!!!!!! in Italia non ci sono giusti processi ‘ i processi durano una vita e sempre a favore dei più forti.
    Per esempio: nel campo dell’abusivismo edilizio, la magistratura abbatte case anche dopo moltissimi anni dall’abuso e guarda caso sempre e sempre i piu deboli.
    Senza regole e senza criterio. Abbattono case abitate da decenni e l’unico risultato che ottemgono è quello di creare traumi psicologico sopratutto ai minirenni che hanno vissuto in quelle abitazioni.In poche parole lo stato inadempiente riesce sempre a punire persone innocenti.Uno stato inadempiente e senza regole che non riecse a mettere ordine su questo settore cosi delicato.Non riesce ad agire ad horaS in merito agli abbattimenti.L’unico modo per evitare ingiustizie.Uno stato inefficace, inadempioente che non riesce a risolvere e abbattendo case dopo moltissimi anni si comporta semplicemente da VENDICATORE su fasce più deboli.In parlamento c’è un disegno di legge che regola gli abbattimenti delle case abusive, attaverso una graduazione che mette ai primi posti, case grezze e quelle della malavita seguite da quelle pericolose e a dissesto idrogeologiche , in ultimo quelle di necessità. Per colpa di certi giustizialisti da strapazzo sopratutto all’interno del PD E COMPAGNI (IN PRIMIS IL binomio giustizialista .Realacci-Marco di Lello.)Questo ddl è bloccato in commissione.
    Con il risultato che finora hanno ottenuto questi giustizialisti è quello di salvaguardare l’abbattimento di quelli
    messi al primo posto della graduadoria,e cioè case aei malavitosi e quelle pericolanti ecc.Non dimentichiamoci che questi giustizialisti sotto il governo Letta hanno votato a favore della riapertura del condono delle case dello stato a favore dei potentati,, NON DIMENTICHIAMO!!!!!!!
    E NEL FRATTEMPO LA MAGISTRATURA CONTINUA A BUTTARE A TERRA CASE DI POVERI CRISTI E CIOE’
    CASE DEI MISERABILI,
    TANTO I MALIVITOSI CHI LI tocca???????
    ALTRO CHE GIUSTO PROCESSO IN ITALIA—–
    CI VUOLE UNA RIVOLUZIONE PROCESSUALE1!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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