martedì , 14 agosto 2018
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Unione Europea e Gran Bretagna: una relazione in crisi

di Tommaso Segre 

«I want my money back». Fu Margaret Thatcher, Primo Ministro britannico, a pronunciare questa celebre frase nel 1984, durante un vertice europeo riguardante il bilancio comunitario contestò in modo plateale l’eccessivo ammontare dei sussidi agricoli che favorivano paesi come la Francia e l’Italia, gravando sui contribuenti inglesi. La sua opposizione fruttò al Regno Unito un “rebate”, uno sconto sui contributi da versare al bilancio europeo, che ancora oggi vale 4 miliardi. E tale episodio è solo il più celebre di tante battaglie che la Lady di Ferro intraprese in difesa dell’autonomia del suo paese e di tanti scontri con Jacques Delors, Presidente della Commissione Europea in quel periodo.

Le difficili relazioni fra Europa e Gran Bretagna hanno dunque radici che affondano nel passato. Le tensioni si sono riacuite in modo significativo nell’ultimo anno, tanto da spingere l’attuale premier inglese, il conservatore David Cameron, a fare un annuncio clamoroso: entro il 2017, si terrà un referendum per stabilire se la permanenza del suo paese nell’Unione debba continuare. Così ha dichiarato ad inizio 2013, e a far da detonatore è stata una nuova querelle sul bilancio dell’UE; il Primo Ministro, fortemente spinto dai suoi Tories, si è battuto affinché il budget europeo per il settennato 2014-202 subisse dei tagli e ha ottenuto che per la prima volta non aumentasse rispetto a quello precedente: mentre i progetti presentati prevedevano di superare i 1000 miliardi, alla fine si è deciso di attestarsi a poco più di 900 miliardi di pagamenti.

Il premier è inoltre molto critico riguardo ad un’altra questione attualissima, quell’unione bancaria che è il cavallo di battaglia dei fautori di una più intensa integrazione. Essa è vista con il fumo negli occhi dai britannici, che non hanno alcuna intenzione di affidare alla supervisione della BCE la City di Londra, prima piazza finanziaria d’Europa. L’im-posizione, da parte della Commissione Europea, di un limite ai bonus nel settore finanziario ha irritato non poco il Regno Unito, principale destinatario di questa norma.

L’annuncio di Cameron, che non va in ogni caso minimizzato, potrebbe anche essere stato dettato dalla pressione portata dalla crescente popolarità dell’UKIP (United Kingdom Indipendence Party) del combattivo Nigel Farage, europarlamentare distintosi in questi anni per le feroci critiche all’operato delle istituzioni europee, in particolare di quelle non elettive, come la Commissione. La sua posizione non ha nulla a che vedere con gli strali populisti dei partiti antieuropei e antirigoristi dell’Europa Continentale: per chiarire, Farage non è né Grillo né Le Pen. È, invece, il prodotto delle radici essenzialmente liberali dell’Inghilterra, che vedono nell’elefantiaca e invasiva burocrazia di Bruxelles una minaccia al benessere e alla libertà dei cittadini prima ancora che alla sovranità nazionale. L’exploit dell’UKIP, che in occasione di elezioni locali tenutesi ad inizio maggio ha superato il 25% dei consensi, rende ancora più credibile un recente sondaggio che vedeva il 54% degli inglesi favorevoli ad un’uscita dall’Unione, e più del 60% convinti che l’appartenenza all’Europa fosse causa più di svantaggi che di benefici.

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