lunedì , 19 febbraio 2018
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Aborto: in Irlanda è ancora scontro

Una giovane donna di diciotto anni costretta a far nascere, di fatto, un bambino con taglio cesareo, alla ventiquattresima settimana, nonostante avesse espresso, nel corso dei mesi, la volontà di interrompere la gravidanza, frutto di uno stupro subito nel proprio Paese d’origine. E’ questo il fatto scatenante che ha riacceso, nel mese di agosto, il dibattito sull’aborto in Irlanda, Paese cattolico dove la legislazione in materia è altamente restrittiva.

La ragazza, che ha deciso di rimanere anonima nell’intervista rilasciata all’Irish Times il 19 agosto, si è trasferita in Irlanda nel corso del 2014. Durante una visita medica, si è accorta di essere rimasta incinta a seguito di una violenza sessuale subita durante un viaggio nel suo Paese. Sin dall’ottava settimana, aveva espresso la volontà di morire piuttosto che portare avanti quella gravidanza, ricordo di una terribile esperienza. Nonostante ciò, l’intervento le venne negato. Per questo, alla sedicesima settimana, dopo aver scoperto che i costi per andare in Inghilterra ad abortire –rimedio a cui spesso fanno ricorso donne irlandesi che si scontrano con la ferrea legislazione del proprio Paese – erano troppo elevati, ha tentato il suicidio.

Dopo l’ennesimo rifiuto da parte del sistema sanitario, ha iniziato uno sciopero della sete e della fame e alla ventiquattresima settimana, la commissione composta da due psichiatri e un’ostetrica, incaricata di giudicare se la donna fosse o meno a rischio suicidio, ha dato il via libera alla interruzione di gravidanza. Tuttavia, essendo in stato avanzato, l’operazione è stata eseguita con un taglio cesareo, trasformandosi nei fatti in un drammatico parto. La mamma non è entrata in contatto con il bambino, ma la cicatrice che porta non andrà mai via, sarà sempre lì a ricordarle questa brutta storia.

Proprio la scorsa estate, l’Irlanda aveva varato la legge “Per la protezione della vita durante la gravidanza”, che consente l’aborto solo nel caso in cui la vita della donna sia a rischio oppure la paziente minacci il suicidio e si trovi in stato psicofisico alterato. In questo secondo caso, una commissione composta da tre persone deve accertare la condizione della donna, proprio come è stato fatto, in maniera tardiva, nel caso della ragazza questa estate. Qualora i tre membri non diano l’assenso all’unanimità, la richiesta viene respinta e la donna può appellarsi, chiedendo un riesame da parte di una seconda commissione.

Al tempo della sua approvazione, la legge alzò un gran polverone in un Paese che nella sua Costituzione trova ancora scritto il divieto di abortire. D’altro canto, la legge venne ritenuta da una parte degli irlandesi altamente restrittiva e incapace di venire incontro alle innumerevoli esigenze e ai tanti e difficili casi che la vita pone  davanti alle donne.

Il provvedimento fu approvato a seguito della morte di Savita Happalanavar, una donna di trentuno anni di origine indiana, che, con un aborto spontaneo in corso, alla diciassettesima settimana, si è vista negare la sua volontà di interrompere la gravidanza, fintanto che il cuore del feto batteva. Pochi giorni dopo, il cuore ha smesso di battere, il feto è stato rimosso e Savita è morta a causa di una setticemia. Sul caso, sono state aperte due inchieste per capire possibili legami fra la morte della donna e il mancato intervento tempestivo dei medici sul feto.  Nel 2010 inoltre, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Irlanda per aver impedito a una donna malata di tumore, preoccupata che la gravidanza portasse a un riacutizzarsi della malattia, di abortire.

La storia della ragazza di questa estate ha riaperto il dibattito in Irlanda con il fronte pro-vita schierato contro i favorevoli ad un’apertura sull’aborto e a un ulteriore allargamento delle maglie dell’attuale legislazione in vigore. Quello che è certo è che in questi casi, slogan e frasi urlate non aiutano a capire le infinite sfumature di questioni etiche di tale importanza. Con la legge del luglio 2013, l’Irlanda ha cercato di dare una prima risposta alla questione. Un provvedimento evidentemente ancora troppo limitato, se tale decisione porta ancora alla morte e alla sofferenza mentale, oltre che fisica, di donne che chiedono semplicemente al proprio Stato di essere rispettate, soprattutto, quando è già qualcun altro a non averlo fatto.

Photo © William Murphy, 2012, www.flickr.com

L' Autore - Francesca De Santis

Laureata in Studi Europei presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma Tre, ho vissuto per sei mesi a Bruxelles nel quadro del progetto Erasmus. Questa esperienza è stata molto significativa ed ha alimentato ancora di più la mia passione per le questioni europee. Il mio percorso professionale si snoda nel campo della comunicazione: ho fatto diversi stage in Uffici Stampa, in particolare in quello della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Mi piace pensare all’Europa come opportunità per costruire una società più giusta per tutti. Sono molto felice di essere parte di questo meraviglioso progetto chiamato Europae.

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