giovedì , 16 agosto 2018
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Grecia: la diatriba sul latte può inguaiare Samaras

La Grecia è da anni considerata la malata cronica d’Europa. È il Paese in cui la crisi economica ha mostrato il suo volto più feroce, costringendo la culla della civiltà europea al collasso, con Atene costretta ad una serie di provvedimenti “lacrime e sangue”: tagli ingenti alla spesa pubblica, licenziamenti di massa, piani seri di rientro del debito… in una parola: “austerità”. Provvedimenti iniziati dal maggio 2010, quando i Paesi dell’Eurozona e il Fondo Monetario Internazionale, approvarono un prestito da 110 miliardi di euro per il salvataggio dello Stato ellenico, ormai non più in grado di piazzare sui mercati i propri titoli di debito. Nel 2012 fu poi ratificato un secondo, rigorosissimo, piano di salvataggio da 130 miliardi.

Negli ultimi mesi tuttavia si è assistito ad incoraggianti segnali di ripresa, tanto da far pensare che il peggio sia alle spalle. Diversi indicatori economici, infatti, hanno cominciato a dare segni di vitalità, la Borsa comincia nuovamente a correre, lo spread si assottiglia, ed il budget 2013 è stato chiuso con un avanzo primario di oltre 2 miliardi, superiore alle stime. In questo quadro anche l’ultima tranche di aiuti internazionali di circa 10 miliardi, concessa dalla famigerata troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) sembra la mano tesa che può permettere la definitiva fuoriuscita della Grecia dalle sabbie mobili.

Negli ultimi giorni però, qualcosa nell’orizzonte politico greco sembra cambiato. In un clima sempre più arroventato per l’avvicinarsi delle elezioni europee, la risicatissima maggioranza a sostegno del governo Samaras rischia di sbriciolarsi a causa del latte fresco. Tra i vari provvedimenti imposti alla Grecia negli ultimi anni, il più indigesto sembra essere proprio quello relativo alla definizione e scadenza del latte “fresco”.

Sei deputati della maggioranza – tre di Néa Dimokratia (centro destra) e tre del Pasok (socialista) – hanno dichiarato infatti di non voler votare la legge che allunga da 5 a 11 giorni la scadenza per la definizione legale di “latte fresco”. Scelta che rischia di mettere sulla graticola il premier Antonis Samaras, che può contare sull’appoggio di soli 153 parlamentari su 300, e che quindi su ogni provvedimento deve tenere conto di una lunga serie di equilibri. Il timore dei sei “eretici” è che l’unica motivazione del provvedimento sia quella di favorire l’ingresso di latte fresco tedesco, italiano e olandese nel mercato greco, in un deliberato tentativo di mettere fuori gioco i produttori locali.

La troika sostiene invece che si tratti di un provvedimento necessario a migliorare la concorrenza in un settore troppo chiuso, ad esclusivo vantaggio dei consumatori. Nella penisola oggi, secondo l’Ocse, si paga il latte, in media, un terzo in più rispetto al resto d’Europa. Situazione inevitabile se si pensa che la Grecia è l’unico Paese del vecchio continente nel quale il prezzo minimo di un litro di latte fresco è fissato a 1,30 euro e che il limite di 5 giorni è una vera barriera all’ingresso di operatori commerciali da oltreconfine. Una barriera non-tariffaria quindi, che cozza fatalmente con il principio della libera circolazione delle merci.

Tanto più che non pare esistano motivi di interesse pubblico che impongano la scadenza corta. Anche l’Italia si è dovuta adeguare, con il decreto interministeriale del 26 luglio 2003, che ha innalzato a 7 giorni il limite per il latte fresco pastorizzato e ad 11 giorni quello per il latte microfiltrato fresco pastorizzato. La situazione greca è però più delicata, perché la concorrenza di produttori esteri potrebbe mettere in seria difficoltà quelli locali, con prevedibile aumento della disoccupazione nel settore, che andrebbe a sommarsi a quella già esistente, nell’ultimo trimestre 2013 attestatasi al 27,5%.

Per evitare la crisi politica, il governo Samaras starebbe però lavorando ad un compromesso, tirando fuori dal cilindro il coniglio del latte “ultra-fresco”. Probabile che un accordo di compromesso si raggiunga già in giornata. Il provvedimento tuttavia, anche qualora approvato, più che la panacea, finirà per essere un palliativo. Il vero nodo da sciogliere resterebbe la fragilità economica e politica della Grecia. Un Paese in cui una questione meramente “locale” come quella del latte fresco rischia di mettere a repentaglio un governo – alla vigilia del voto europeo – e potenzialmente il lungo lavoro compiuto per riassestare l’economia più scalcinata del Continente. Più probabile però che si arrivi al compromesso, per evitare poi – la battuta è fin troppo scontata – di dover piangere sul latte versato.  

Nell’immagine, una confezione di latte greco (© yuankuei, www.flickr.com)

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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