venerdì , 24 novembre 2017
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olio di palma
© CEphoto, Uwe Aranas

“Senza olio di palma”: genesi e sviluppo di un problema sociale

A partire dagli anni ’50 i mercati hanno assistito a una crescita esponenziale dell’olio di palma: economico e con una resa per ettaro più elevata degli altri oli vegetali, i suoi utilizzi spaziano dalla pasticceria ai cosmetici, fino ai prodotti per la pulizia. Solo gli ultimi 10 anni, tuttavia, sono stati caratterizzati da accese proteste contro l’olio di palma: da semplice prodotto dell’industria, l’olio di palma è di fatto diventato un vero e proprio problema sociale, un argomento di scontro.

I primi anni della protesta

La miccia che accese le proteste non fu di natura salutistica, ma ambientalista: le coltivazioni di palma in Malesia e Indonesia, i due maggiori produttori, stavano infatti devastando le foreste pluviali. In particolare, Greenpeace e il WWF pubblicarono tra il 2005 e il 2011 numerosi dossier di denuncia e organizzarono proteste veementi contro i governi e le multinazionali coinvolte. Si noti però che tali organizzazioni non lottavano per il bando dell’olio di palma come il parallelo movimento NO-Palm Oil, poiché la sua elevata resa per ettaro lo candidava in ogni caso ad essere la miglior alternativa a un’ulteriore deforestazione causata da coltivazioni più estensive. Viceversa, le rivendicazioni vertevano su una gestione delle piantagioni che fosse sostenibile. Ne sono testimoni gli slogan, gli eventi organizzati e tutto il contesto creato attorno al problema: “Give the orangutans a break” ammoniva Greenpeace.

L’intervento europeo e il coinvolgimento del grande pubblico

Negli anni successivi, la narrativa della rivendicazione subì un importante cambiamento. È possibile individuare due momenti chiave: il Regolamento UE 1169/2011 e una petizione italiana su Change.org. Il primo imponeva di segnalare in maniera esplicita gli oli vegetali contenuti nelle ricette, giustificando la direttiva con l’interesse del grande pubblico per l’alimentazione e la salute (si noti che, tuttavia, l’olio di palma non viene affatto menzionato). Sulla scia di una fuorviante interpretazione della legge come “esplicitato significa esplicitamente dannoso”, fu quindi lanciata la menzionata petizione, mirata a richiedere prodotti senza olio di palma, affinché il cibo “made in Italy” possa davvero distinguersi come buono e giusto. Il passo retorico è immenso e immensamente interessante per il pubblico italiano: l’olio di palma non veniva più (solamente) boicottato in quanto non sostenibile, ma in quanto dannoso per la salute.

Gli anni recenti

Nonostante i pareri, a volte contrastanti, forniti dai diversi pool di esperti che si sono pronunciati sul tema, le maggiori industrie dolciarie hanno subito approfittato dell’apertura di una proficua nicchia di mercato, invadendolo con prodotti “Senza Olio di palma” che, indirettamente, hanno alimentato l’impressione di nocività insita in quei prodotti che ancora lo utilizzavano. Addirittura, gruppi di consumatori hanno sfidato un colosso come Plasmon perché lo eliminasse dalle ricette: l’olio di palma, si legge nella petizione, sarebbe causa di alcune malattie. E questo nonostante gli studiosi abbiamo al massimo potuto parlare di correlazione tra una massiccia assunzione del prodotto e problemi di salute. L’ingarbugliato intreccio ha infine valicato le Alpi, stigmatizzando il prodotto nei mercati europei e portando a dibattiti ancora in evoluzione e a posizioni spesso polarizzate pro o contro l’olio di palma.

Una battaglia anche politica

Seppur nata entro un determinato contesto e inizialmente priva di giudizi intrinseci (si questionavano i metodi, non il prodotto), la complessa questione dell’olio di palma si è ingigantita negli anni a causa dell’accumularsi di livelli di confronto (ambientale, salutistico, culturale). Viene infine coinvolta la sfera politica e legale: mentre il Movimento 5 Stelle ha pubblicato una proposta di legge per vietarne l’utilizzo, gli esperti di diritto dibattono sulla legittimità delle etichette “Senza olio di palma”. Le quali, senza alcuna evidenza a supporto, potrebbero infatti generare una percezione alterata, come se il cibo senza tale ingrediente fosse più salutare e più genuino. Come se si potesse ignorare completamente la moderazione consigliata dai medici e la sostenibilità cercata dagli ambientalisti.

 

L' Autore - Daniele Proverbio

Intrigato dalla complessità del mondo, mi piace affrontarla con un approccio scientifico. Sono attualmente studente della laurea magistrale in Fisica dei Sistemi Complessi e allievo della Scuola di Studi Superiori di Torino. Nel tempo libero faccio sport, suono la chitarra e organizzo cose.

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