venerdì , 17 agosto 2018
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Pianta di ulivo affetta da Xylella © Pierluigi Luceri Flickr

Xylella, le ragioni della Corte Ue

di Mario Pagano

Il caso Xylella continua a destare polemiche e ad alimentare speculazioni sulle responsabilità dell’Unione nella gestione di quella che è attualmente la più importante emergenza fitosanitaria del mondo.

Le critiche più dure mosse dagli agricoltori e dalle associazioni ambientaliste nei confronti delle misure adottate da Bruxelles riguardano in particolare l’ordine di eradicazione delle piante infette e delle piante sane nel raggio di 100 metri da quelle infette. Dalle piazze gremite di manifestanti, il caso Xylella si è trasferito nelle aule dei tribunali, dove magistrati nazionali ed europei si sono interrogati sulla legittimità delle soluzioni avanzate dalla Commissione. L’iter giudiziario è cominciato nel 2015, quando alcune imprese agricole salentine hanno impugnato davanti al Tar Lazio le misure nazionali e regionali che davano attuazione alle decisioni europee contestate, lamentando, tra i vari profili sollevati, la violazione dei principi generali di precauzione e proporzionalità. Nel gennaio 2016 il Tar Lazio ha rinviato la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, pronunciatasi sul caso lo scorso giugno.

Il caso Xylella secondo la Corte di Giustizia

La Corte è stata chiamata a stabilire, in primo luogo, se la Commissione sarebbe dovuta intervenire e, in secondo luogo, se quell’intervento fosse o meno proporzionato all’obiettivo perseguito. A tal proposito, le risposte fornite dai giudici dell’Unione sono estremamente interessanti e consentono di fare chiarezza su alcuni elementi che hanno sinora trovato poco spazio nei recenti dibattiti pubblici sul caso Xylella. Secondo il Tar Lazio, l’UE non avrebbe dovuto disporre la rimozione degli ulivi in quanto il rapporto scientifico di EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) del Gennaio 2015, su cui le decisioni della Commissione erano fondate, non aveva scientificamente dimostrato con assoluta certezza il nesso di causalità fra il batterio e la malattia (certezza poi acquisita con l’opinione di EFSA del 22/3/2016).

Su questo punto la Corte ha ribadito che è proprio in condizioni d’incertezza scientifica che il principio di precauzione trova applicazione: in presenza di rischi “non meramente eventuali”, infatti, le autorità pubbliche non possono astenersi dall’intervenire nascondendosi dietro le incertezze della comunità scientifica. In base ad una giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia, l’applicazione del principio di precauzione comporta un più ampio margine di discrezionalità in capo alla Commissione, la quale è chiamata ad adottare misure d’emergenza nonostante la situazione d’incertezza scientifica. EFSA inoltre aveva valutato l’esistenza del nesso di causalità come “altamente probabile” e il rischio di diffusione del batterio nel territorio dell’UE come “major”. Pertanto, secondo la Corte, la Commissione “ha potuto legittimamente considerare che l’obbligo di rimozione immediata delle piante infette era una misura appropriata e necessaria per impedire la diffusione del batterio”.

Il perché dei “100 metri”

Per quanto concerne invece la seconda questione qui in esame rinviata alla Corte, questa verte sulla proporzionalità dell’obbligo di rimozione delle piante infette nonché di quelle sane che si trovano nel raggio di 100 metri da quelle infette. La domanda sorge spontanea: perché 100 m sarebbero sufficienti per arrestare la diffusione del batterio e non 20 o 30? La risposta la ritroviamo ancora una volta nel rapporto scientifico di EFSA del Gennaio 2015, secondo il quale la sputacchina, l’insetto vettore del batterio, non può volare da un pianta all’altra per più di 100 metri, pur potendo essere trasportata dal vento o altri fattori per distanze superiori. Pertanto, in assenza di una cura contro il batterio e tenuto conto delle suddette capacità di volo della sputacchina, secondo i giudici dell’Unione l’obbligo di rimozione “è stato limitato a quanto è necessario per il raggiungimento dell’obiettivo perseguito”.

Il caso Xylella dimostra ancora una volta quanto la scienza sia inevitabilmente imperfetta e incapace di fornire tutte le risposte necessarie per far fronte ad un’emergenza fitosanitaria. La Commissione doveva intervenire celermente e per preservare gli interessi dell’intera Unione, anche a costo di non attendere il raggiungimento di un assoluto livello di certezza scientifica. Del resto, le capacità distruttive della Xylella sono note al mondo sin dalla fine del XIX secolo e fino ad oggi non è ancora stata trovata alcuna cura. Potature e pesticidi si sono rivelati dei semplici palliativi che non hanno arrestato la diffusione del batterio, rinvenuto anche in Francia e Germania mentre in Puglia avanza inesorabile verso gli uliveti della provincia di Bari.

Le reazioni, tra “complotti” e politica

Alcuni blogger hanno sollevato l’ipotesi di una volontaria introduzione di Xylella nel territorio pugliese al fine di facilitare la costruzione della TAP (la Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che collegherebbe Italia e Azerbaijan e che dovrebbe passare attraverso alcune delle aree colpite dall’epidemia. In realtà sinora le conseguenze della Xylella sul progetto TAP non sono state per nulla positive, considerato che l’emergenza fitosanitaria sta rallentando e non poco i lavori di costruzione del gasdotto. Molto critico nei confronti dell’Unione si è mostrato anche il Presidente della Regione Michele Emiliano, il quale ha accusato Bruxelles di “trattare gli ulivi come banane e kiwi, senza apprezzare il grande valore simbolico che queste piante hanno per la Puglia”. Nessuno in realtà mette in dubbio il legame indissolubile tra gli ulivi e la regione ma il Presidente non può dimenticare che se le autorità pugliesi avessero dato esecuzione in tempi rapidi alle misure europee, oggi probabilmente la Xylella sarebbe soltanto una vecchia cicatrice e non un cancro pronto a diffondersi in tutta l’Unione.

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