venerdì , 17 agosto 2018
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UN climate summit 2014: “l’accordo è un dovere”

“None of this is rhetoric, none of it is hysteria. It is fact”.

Semplice e diretto il messaggio rivolto da Leonardo Di Caprio, neo-nominato ambasciatore per la pace, all’Assemblea delle Nazioni Unite in occasione del climate summit tenutosi a New York il 23 settembre scorso. Il progetto del Segretario Generale Ban Ki-moon è ambizioso e temerario: mobilitare, in un periodo di crisi economica, la coscienza e la volontà politica mondiale per arrivare nel 2015 a un accordo sul clima che limiti l’aumento della temperatura globale a meno di 2 gradi. Per discutere della fattibilità di un accordo e della possibilità di un futuro sostenibile a New York erano presenti oltre cento capi di Stato, tra cui Obama e Hollande, nonché manager industriali ed esperti civili di vario genere.

I risultati raggiunti a fine giornata sono stati sicuramente incoraggianti, grazie anche alla motivazione data dalla ‘People’s Climate March’, ovvero la marcia spontanea tenutasi domenica 21 settembre, manifestazione cui hanno partecipato milioni di persone in tutto il mondo, a sostegno dell’azione contro il cambiamento climatico. Al summit si è assistito in primo luogo a una convergenza di visione sul lungo periodo. La maggioranza dei leader ha riconosciuto l’importanza di affrontare i cambiamenti climatici in modo serio e globale. Obama, davanti all’Assemblea Generale, ha affermato che gli USA e la Cina hanno una particolare responsabilità in tutto questo e devono essere da guida ed esempio per gli altri Paesi. Il vice Presidente cinese Zhang Gaoli, dal canto suo, ha confermato l’impegno cinese a rendere la propria economia più verde entro il 2020.

Molti altri Paesi si sono impegnati concretamente a ridurre le emissioni in modo significativo. Nel giugno scorso, ad esempio, la U.S. Environmental Protection Agency ha ipotizzato un piano di riduzione delle emissioni di CO2 negli States del 30%. Il piano però è ancora oggetto di discussione. L’Unione Europea, da parte sua, con l’accordo raggiunto in gennaio all’interno della Commissione, si è impegnata a una riduzione delle emissioni di CO2 del 40%. Obiettivo ambizioso, ma raggiungibile. L’UE ha anche promesso 3 miliardi di aiuti per permettere il raggiungimento di tali obiettivi anche nei Paesi in via di sviluppo. L’Italia di per sé, sembra sulla buona strada, come la Germania, che sta implementando l’utilizzo di energie rinnovabili, mentre la Francia ha promesso di recente l’investimento di circa un miliardo per raggiungere gli obiettivi.

Anche i soggetti privati hanno dimostrato buona volontà. Ventiquattro leader mondiali nella produzione di olio di palma si sono obbligati a ridurre a zero il “consumo di suolo” entro il 2020, lavorando con i governi e le popolazioni indigene per una filiera sostenibile. Altra volontà politica apparentemente raggiunta è quella di riuscire a movimentare mercati e capitali, tanto che una coalizione di governi, società e banche ha annunciato di voler investire circa 200 miliardi di euro per lo sviluppo sostenibile. Anche tre importanti fondi pensione americani ed europei hanno annunciato di voler investire più di 31 miliardi in low carbon assets entro il 2020. L’Italia durante questo summit non si è particolarmente distinta, né per partecipazione né per particolari impegni presi. Gli obiettivi di Kyoto sono stati centrati, con la riduzione del 25%, dal 2005 al 2013, delle emissioni di gas serra, ma il merito è più che altro della crisi economica.

Tornando al summit, raggiunta la convergenza negli obiettivi il programma dovrebbe procedere spedito. È infatti previsto solo un altro incontro a Lima, in dicembre, prima dell’accordo definitivo che dovrebbe, secondo i programmi, essere raggiunto a Parigi nel dicembre 2015. Gli obiettivi programmatici e i vari annunci fatti sembrano quanto mai ambiziosi, significativi di una sempre maggiore consapevolezza dell’importanza dell’ambiente. Spesso la crescita economica è solo fittizia, poiché deriva dallo sfruttamento della natura. Uno sfruttamento che in futuro richiederà un impegno economico doppio per essere riparato. Basti pensare che quando, nel 2004, la Cina aveva provato a introdurre il PIL verde, cioè il PIL al netto del danno ambientale, il tasso di crescita che ne risultava era irrisorio. Per questo ci si augura non solo che gli obiettivi annunciati si tramutino in realtà, ma che si vada oltre, investendo in tecnologia e ricerca. A beneficiarne potrebbe essere anche l’economia.

Photo © United Nations Photo, 2014, www.flickr.com

L' Autore - Dario Battistella

Studio Giurisprudenza a Trieste. Per due volte all'estero a Strasburgo e ad Amsterdam. Ho avuto un'esperienza come stagista presso il Parlamento Europeo. Curioso cittadino del mondo mi interesso di storia, politica, economia e naturalmente di ambiente. Indago il mondo per piacere, anche se ogni volta “ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa”. Scrivere mi aiuta a pensare, sono felice di farlo per Europae.

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