mercoledì , 21 febbraio 2018
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Emission Trading Scheme: La crisi del modello europeo di tutela ambientale

Quando il Parlamento Europeo (PE) il 16 aprile scorso ha bocciato la riforma dell’Emissions Trading Scheme (ETS) dell’Unione Europea, ha assunto una decisione particolarmente importante. Non solo infatti essa pone in discussione lo strumento principale della politica ambientale europea, ma anche il ruolo che l’UE gioca a livello globale in quanto promotore di standard e norme in ambiti sensibili come quello del riscaldamento climatico. Il PE si è espresso su una proposta della Commissione Europea, che avrebbe profondamente riformato il Trading Scheme, bocciandola per 334 voti a 315.

L’ETS è stato lanciato nel 2005 e si fonda sul principio del ‘cap and trade’. Schemi di tal genere prevedono che l’ente regolatore, in questo caso la Commissione, stabilisca in un dato territorio la quantità consentita di emissioni di agenti che contribuiscono al surriscaldamento globale (green house gas, i cosiddetti ‘gas serra’) e emetta una quota di permessi che pareggi le emissioni previste. I permessi vengono quindi allocati presso gli operatori economici, che potranno in un secondo momento scambiarli in un apposito mercato.

L’ETS, nelle intenzioni dei promotori, contribuirebbe alla riduzione delle emissioni, in linea con gli obiettivi europei, rendendo costoso produrre una quantità di gas inquinanti superiore a quella prevista dai permessi a disposizione. In questo modo le imprese più virtuose sono in grado di vendere i permessi in eccesso a quelle più inquinanti. Il mercato dovrebbe determinare spontaneamente il prezzo al quale i permessi di emissione vengono scambiati.

Lo schema soffre tuttavia di alcuni problemi strutturali, che hanno reso molto dubbia la sua efficacia nella riduzione delle emissioni in Europa. Per il periodo 2013-20, infatti, sono stati previsti permessi per l’emissione di circa 16 miliardi di tonnellate di gas serra, che, secondo stime di The Economist, coprirebbero circa la metà delle emissioni prodotte in Europa in questo periodo. A causa del rallentamento dell’economia e dell’eccessiva offerta da parte dell’UE, il prezzo dei permessi è pericolosamente sceso, toccando i 5 euro per tonnellata all’inizio del 2013, rispetto ai 30 euro del 2011. Tale riduzione del prezzo rende molto meno efficace l’ETS, in quanto le imprese devono sopportare un costo molto minore per ottenere nuovi permessi e non sono incentivate a introdurre nuove tecnologie di produzione ‘environment friendly’.

La proposta della Commissione bocciata dal PE mirava infatti a ridurre il surplus di permessi, che si attesterebbe intorno a uno quota di due miliardi di tonnellate, con un’operazione denominata backloading. In concreto, la Commissione proponeva di ritardare le aste per l’allocazione di nuovi permessi, validi per circa 900 milioni di tonnellate di emissioni. In questo modo la picchiata dei prezzi avrebbe dovuto attenuarsi.

Oltre ad assestare un duro colpo a uno strumento irrinunciabile della politica ambientale europea, che perde di credibilità anche agli occhi di altri attori che intendevano introdurre un sistema simile, come la California e alcune province cinesi, la votazione del 16 aprile ha messo a nudo anche le divisioni in materia fra le istituzioni europee e all’interno di esse. Se i Ministri dell’Ambiente di Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Svezia e Danimarca avevano espresso sostegno nei mesi scorsi alle proposte della Commissione, è stato il voto di numerosi europarlamentari britannici conservatori ad affossare l’iniziativa comunitaria.

Si è così creata un’alleanza paradossale in PE fra i conservatori britannici, che lamentavano un intervento che avrebbe distorto il mercato dei permessi, e il gruppo di sinistra GUE/NGL, che si oppone a soluzioni di mercato per la lotta al cambiamento climatico. Il Commissario per l’azione per il clima Connie Hedegaard, in una nota pubblicata da EurActiv, ha espresso il rammarico della Commissione per la decisione del PE, notando come gli investitori e i partner internazionali si attendano maggiori certezze riguardo quello che rimane il più esteso schema di questo genere al mondo.

In effetti, una conseguenza del voto degli europarlamentari è proprio la perdita di appeal del modello europeo di tutela ambientale, considerato particolarmente all’avanguardia. Dato che l’UE preme sugli altri attori internazionali per implementare standard e metodi di lotta al cambiamento climatico assimilabili a quelli adottati in Europa, le indecisioni interne possono costare molto in vista di un’efficace piano d’azione globale.

Attori come la Cina, che si apprestano a introdurre schemi di questo genere, potrebbero rivolgersi ad altri modelli, come quello californiano, che a differenza dell’ETS europeo prevede una soglia minima e massima entro il quale fluttua il prezzo dei permessi. Dimostrandosi divisa anche su queste tematiche, l’UE non solo rischia di compromettere gli obiettivi ambientali interni, ma anche di complicare ulteriormente la lotta mondiale contro i cambiamenti climatici.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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