domenica , 25 febbraio 2018
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Ocean Cleanup

Ocean Cleanup: il sogno di un mare senza plastica

“Human history is basically a list of things that couldn’t be done, and then were done”

E’ questa la frase che usa ripetere come un mantra Boyan Slat, ideatore e manager del progetto “ The Ocean Cleanup ”. Una frase non eccessiva visto che il diciannovenne, studente olandese di Ingegneria Aerospaziale, ritiene di aver trovato una soluzione alla dannosa presenza inquinante della plastica nei mari. Il problema è noto da tempo, il danno non è esclusivamente ambientale e la plastica non disturba certamente solo qualche turista subacqueo. Al mondo si possono riconoscere cinque “gyres”, cioè sistemi molto ampi di correnti oceaniche circolari, nelle quali la plastica viene prima attratta e poi inglobata nella zona centrale stabile.

Marco Affronte (EFDD, Italia)
Image © “The Ocean Cleanup”, www.theoceancleanup.com

Per meglio capire la gravità del fenomeno basti pensare che nell’oceano Pacifico, all’interno del North Pacific Subtropical Gyre, si è creata una vera e propria isola di plastica galleggiante “The Pacific Garbage Patch” le cui dimensioni, secondo alcune stime, potrebbero essere non distanti da quelle degli Stati Uniti. Non serve però andare lontano, anche il mar Mediterraneo soffre questa tipologia di inquinamento, tanto che in un’indagine dello scorso anno di Goletta Verde, di Legambiente e dell’Accademia del Leviatano è emerso che circa il 95% dei macro rifiuti galleggianti nel mar Tirreno è costituito da plastica.

Ne risulta, quindi, che il danno non è certamente di natura puramente estetica, ma ben più serio, e riguarda in particolare le micro-plastiche di diametro inferiore ai 5 mm, che oltre a danneggiare l’ecosistema, possono essere facilmente scambiate per cibo dalla fauna marina, entrando nella catena alimentare e giungendo fino a noi. La stessa Commissione Europea ha riconosciuto, in una relazione nell’ambito della Strategia per l’ambiente marino, che “i rifiuti marini, principalmente la plastica, rappresentano un problema crescente a livello mondiale e nell’UE. Nel Mare del Nord si è rilevata la presenza di plastica nello stomaco di oltre il 90% delle procellarie cinerine e, sulla costa atlantica, su 100 m di spiaggia si ritrovano in media 712 tipi di rifiuti. Le ripercussioni di questo problema in aumento sono molteplici e la loro portata non è ancora del tutto nota

In questo contesto nasce l’idea di Slat, resa particolarmente geniale da un’intuizione: “perché devo andare in cerca della plastica quando può venire lei da me?”. Si tratta quindi di un progetto passivo: non si prefigge infatti di rimuovere la plastica, “pescandola” attraverso reti che possono danneggiare anche il mondo animale. Al contrario la sua idea è di posizionare delle barriere fluttuanti che possano bloccare la plastica in superficie e concentrarla progressivamente in modo da rimuoverla più facilmente. Queste barriere, simili a quelle usate per limitare l’inquinamento da idrocarburi, sarebbero posizionate sulla strada dei cinque principali “gyres” oceanici, ripulendoli ad un ritmo di circa 10 anni l’uno.

La plastica recuperata potrebbe essere riutilizzata e venduta, ottenendo dei fondi per abbattere i costi del progetto. Naturalmente quello che sembra un progetto lineare e semplice sulla carta, è andato incontro a numerose obiezioni e critiche di natura operativa. Per questo motivo Slat, prima di intraprendere ulteriori fasi esecutive, nel 2013 ha creato un team formato da un centinaio di esperti per fare un approfondito studio di fattibilità, che ha dato un riscontro assolutamente positivo, confermandone l’adeguatezza.

Da quel momento, grazie anche all’aiuto di un team di volontari sempre più ampio e professionale, composto da esperti di ingegneria, finanza, diritto, comunicazione ecc… si è passati alla Phase II, quella esecutiva, che vorrebbe testare il progetto su larga scala nei prossimi 3-4 anni. Grazie al crowdfunding, ad oggi è stato raccolto circa il 65% dei 2 milioni necessari. Le donazioni partono da 4,56€, con i quali si può contribuire a rimuovere dal mare un kg di plastica, fino a 7400 €, per eliminare circa 1600kg di plastica e partecipare a una spedizione presso una delle future piattaforme.

Certo non è sufficiente un singolo progetto per risolvere il problema. Sarebbe, anzi, più opportuno affrontarlo contemporaneamente da due fronti tra loro complementari: limitare il futuro inquinamento e ripulire il mare da quello attuale. Per il primo sta intervenendo sempre di più l’UE, ad esempio con la direttiva che impone buste di plastica biodegradabili, per il secondo si vedrà se Slat sarà veramente in grado di “do what couldn’t be done”.

In foto, l’ideatore di “The Ocean Cleanup” Boyan Slat (© TEDxDelft – Flickr 2012) 

L' Autore - Dario Battistella

Studio Giurisprudenza a Trieste. Per due volte all'estero a Strasburgo e ad Amsterdam. Ho avuto un'esperienza come stagista presso il Parlamento Europeo. Curioso cittadino del mondo mi interesso di storia, politica, economia e naturalmente di ambiente. Indago il mondo per piacere, anche se ogni volta “ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa”. Scrivere mi aiuta a pensare, sono felice di farlo per Europae.

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2 comments

  1. Come dice la mia saggia madre, “Basta sognare, ora si deve agire”.
    Dico, sarebbe super se il prossimo articolo riportasse di fatto l’implementazione di una giusta strategia IN AZIONE.
    Gracias
    Ilaria

  2. maria grazia ferrari

    interessante ma hai sviluppato anche il tema dello smaltimento e riciclo, perché una volta raccolti dall’oceano e portati sulla terra ferma i rifiuti di plastica rimangono e continuano ad essere un problema grosso.
    Graie, Maria Grazia.

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