martedì , 14 agosto 2018
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La centrale di Heilbronn, in Germania © dmytrok - www.flickr.com, 2008

Riduzione emissioni, il PE chiede più finanziamenti

Durante la Plenaria di fine gennaio, più precisamente mercoledì 28, al Parlamento Europeo si è tornato a parlare di ambiente e di riduzione delle emissioni. La discussione tra la Presidenza lettone, il Commissario Miguel Cañete e gli europarlamentari è risultata dinamica e interessante, anche se non di certo esaustiva. L’argomento all’ordine del giorno era la tabella di marcia verso il nuovo accordo globale sull’ambiente da raggiungere a Parigi in dicembre (COP21).

Verso Parigi 2015

Per quanto riguarda questo primo punto, sono ancora molti i nodi da sciogliere. Innanzitutto mettere d’accordo così tanti Stati non è certamente facile. Durante l’incontro di Lima (COP20), si è cercato un rimedio, rendendo obbligatorio per i Paesi partecipanti presentare precisi piani nazionali di riduzione delle emissioni entro marzo 2015. In aggiunta, è stata annullata l’annosa divisione tra Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. In questo modo quest’ultimi saranno gravati dai medesimi obblighi dei Paesi economicamente più avanzati.

Nonostante queste scelte politiche, rimangono forti le disparità. Se da un lato l’Europa ha già sottoscritto l’impegno a ridurre le emissioni del 40%, gli Stati Uniti si sono impegnati solamente per il 16%, mentre la Cina continuerà ad incrementarle fino a raggiungere un picco verosimilmente tra il 2020 e il 2030. Non c’è quindi da stupirsi se in una recente intervista Jerzy Busek, Presidente della commissione ITRE (Industria tecnologia e ricerca) del PE, ha dichiarato di essere d’accordo con quanti ritengono tutto questo insufficiente per mantenere la crescita di temperatura inferiore ai due gradi nel lungo periodo.

La strategia europea per la riduzione delle emissioni

La soglia dei due gradi era vista come un obiettivo essenziale, un punto di non ritorno, per il benessere del pianeta. Gli europarlamentari sono tornati anche su questo argomento, sottolineando la necessità di adottare una duplice strategia.

Da un lato incrementare i finanziamenti per adattarsi e contrastare i cambiamenti climatici: finanziamenti che rendono l’Europa un continente all’avanguardia in questo campo rispetto ai suoi partner internazionali e che potrebbero avvantaggiare l’economia tramite la nuova idea di ‘economia circolare’. Dall’altro lato si è evidenziata la necessità di procedere con un’attività politica intensa, volta a fare pressione sulla comunità internazionale e sui partner internazionali dell’UE, affinché adottino anch’essi una linea più ambiziosa nei confronti dell’ambiente.

Il risultato si vedrà solo a Parigi, anche se la pubblicazione delle Dichiarazioni nazionali sul clima in marzo potrebbe già essere un’indicazione importante.

Il Carbon Leakage

Durante il dibattito si è poi discusso del cosiddetto fenomeno di “Carbon Leakage”. Le politiche ambientali europee non sono viste positivamente da tutti: in particolare, le industrie inquinanti e i Paesi in via di sviluppo, meno avanzati tecnologicamente, vedono aumentare i loro costi in maniera sensibile. Questo accresce appunto il rischio di “Carbon Leakage”, consistente nel fatto che le industrie soggette a limitazioni alle emissioni si spostino in altri Paesi dove tali restrizioni non esistono.

Tale fenomeno provoca  una duplice beffa: da un lato l’Unione Europea perde un’industria, dall’altro le emissioni rimangono sostanzialmente uguali, solo che avvengono in un altro Stato. In passato tale problema era stato parzialmente risolto anche attraverso l’assegnazione di quote di emissione di CO2 a titolo gratuito. Un espediente comunque non definitivo: la questione sarà un ulteriore grattacapo nella situazione già abbastanza complessa di per sé.

Non sarà facile trovare una soluzione che possa accontentare tutti e questa volta il solito compromesso al ribasso potrebbe non bastare. L’obiettivo dei due gradi rimane fondamentale a livello ambientale e psicologico, anche se sembra ormai irraggiungibile. Alla comunità internazionale oggi è richiesta una presa di coscienza e una responsabilità, che è in buona parte già presente nei cittadini e nell’opinione pubblica.

Naturalmente è giusto e corretto che ogni Stato difenda i suoi interessi economici e il suo benessere generale: purtroppo però molti Paesi non si sono chiesti se lo stanno facendo nel modo giusto.

L' Autore - Dario Battistella

Studio Giurisprudenza a Trieste. Per due volte all'estero a Strasburgo e ad Amsterdam. Ho avuto un'esperienza come stagista presso il Parlamento Europeo. Curioso cittadino del mondo mi interesso di storia, politica, economia e naturalmente di ambiente. Indago il mondo per piacere, anche se ogni volta “ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa”. Scrivere mi aiuta a pensare, sono felice di farlo per Europae.

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