lunedì , 19 febbraio 2018
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I protagonisti dell'accordo UE-Italia: da sinistra, il sottosegretario Delrio e l'ormai ex Commissario per la Coesione Johannes Hahn © European Commission - 2014

Accordo con Bruxelles, all’Italia 32 miliardi di fondi UE

Oltre 32 miliardi di euro per la crescita e l’occupazione. Le parole diventano fatti grazie all’Accordo di Partenariato con l’Italia, adottato formalmente dalla Commissione europea lo scorso 29 ottobre. Nell’Accordo, si definisce la strategia per sfruttare al meglio i Fondi strutturali e di investimento nel Belpaese.

“Abbiamo lavorato fianco a fianco, con la Commissione, per rendere il più possibile incisivo ed efficace questo contratto tra Europa e Italia per la crescita” ha commentato Graziano Delrio, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Coesione Territoriale. L’Accordo apre la strada all’investimento di 32,2 miliardi di euro (che comprendono anche i fondi per la cooperazione territoriale europea e quelli per l’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile) a titolo della politica di coesione europea per il periodo 2014-2020. L’Italia riceve inoltre 10,4 miliardi di euro per lo sviluppo rurale e 537,3 milioni di euro per il settore marittimo e della pesca.

Questi fondi si sommano agli oltre 20 miliardi (tra risorse statali e regionali) di cofinanziamento nazionale e ai 7 miliardi destinati a rafforzare gli interventi nelle regioni meno sviluppate. Si tratta di un’occasione unica per il Sud Italia, ancora impantanato fino al collo nel fango della crisi. Nella negoziazione dell’accordo, un ruolo di primo piano è stato giocato non solo dalle regioni e dagli enti locali, ma anche dalla società civile, in tandem con i funzionari della Commissione a Bruxelles. L’obiettivo è imparare dagli errori, evitando gli sprechi che hanno caratterizzato (in alcuni casi) il precedente periodo di programmazione. Per questo, ha voluto specificare il Ministro Delrio, “la capacità amministrativa, il monitoraggio costante, la chiarezza degli obiettivi nazionali saranno al primo posto del nostro lavoro”.

A fine luglio, l’Italia aveva utilizzato meno del 60% dei fondi di coesione messi a disposizione da Bruxelles per il periodo 2007-2013, per un totale di soldi non spesi pari a 12 miliardi di euro. La situazione non è però omogenea a livello territoriale: ad arrancare sono soprattutto Campania, Calabria e Sicilia. Un esempio fra tutti: il Comune di Palermo, su 450 milioni a disposizione, ha certificato solo 40 milioni, ovvero meno del 10%. Il caso più eclatante è però quello di Pompei: dei 105 milioni di fondi europei stanziati, ne stati impegnati solo il 25%.

A fronte di numerose esempi da dimenticare, non mancano però anche i casi virtuosi e gli effetti positivi tangibili. Si stima che i fondi di coesione stanziati per il quinquennio 2007-2013 abbiano, tra le altre cose, creato quasi 60 mila posti di lavoro oltre ad aver permesso a più di 1 milione di cittadini italiani di aver accesso alla banda larga. Per non parlare poi dei quasi 200 kmq di aree riqualificate e alle oltre 3 mila start up avviate grazie all’input di Bruxelles.

Ed è proprio alla luce delle lezioni apprese negli anni passati che il nuovo Accordo di Partenariato si sviluppa attorno a cinque priorità: creazione di un contesto imprenditoriale favorevole all’innovazione, potenziamento delle infrastrutture, promozione di una maggiore partecipazione al mercato del lavoro dei gruppi sociali più vulnerabili, supporto alla qualità e all’efficienza della pubblica amministrazione e rafforzamento delle capacità degli enti incaricati della gestione dei fondi europei a livello nazionale, regionale e locale.

Gli ambiziosi risultati attesi sono in linea con gli obiettivi della strategia “Europa 2020”. La spesa per la ricerca e l’innovazione dovrebbe passare dall’1,26 % (2010) all’1,53 % (2020) e su tutto il territorio nazionale dovrebbe essere disponibile Internet ad una velocità di almeno 30 mbps. Inoltre, ci si attende che i fondi europei contribuiscano a ridurre significativamente il consumo energetico delle imprese e degli edifici e ad aumentare il tasso di occupazione (che dovrebbe raggiungere il 67-69% della popolazione).

Resta da vedere se i risultati attesi saranno più o meno in linea con le aspettative. Molto dipenderà non solo da una serie di variabili tutte italiane – i lacci e lacciuoli della burocrazia (a tutti i livelli), l’impegno dei politici, la stabilità del governo di turno – ma anche dall’inventiva e dalla capacità di progettualità degli imprenditori nostrani.

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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