martedì , 14 agosto 2018
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Ebola: diffusione rapida, informazione confusa

La copertura mediatica dell’epidemia di Ebola scoppiata in Africa occidentale sta seguendo lo sgangherato iter già riservato in passato ad aviaria, SARS e influenza suina. La nuova isteria collettiva è servita con dosi bulimiche di scoop, dichiarazioni contrastanti a pochi giorni (se non ore) di distanza l’una dall’altra, uscite più o meno sensate sul controllo delle frontiere e degli scali continentali, cucchiaiate di eurocentrismo funzionali a seminare il panico sul rischio che il virus si faccia strada, indisturbato, in Occidente.

Lo scorso 8 agosto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha decretato lo stato di “emergenza di salute pubblica di interesse internazionale”. Fino a quel momento, il tono di dichiarazioni e comunicati stampa era piuttosto rassicurante circa i rischi di un contagio su più ampia scala. Questa prudenza strideva non poco con il flusso continuo di aggiornamenti sul numero crescente dei morti e l’aumento esponenziale dei casi di contagio nella regione.

Se il 13 agosto l’OMS ha dichiarato che l’ebola può diffondersi attraverso i viaggi, “mettendo ogni città con un aeroporto internazionale a rischio”, solo due giorni prima si spingeva a precisare che il virus “è altamente contagioso, ma non si trasmette in volo”, poiché la trasmissione richiede uno stretto contatto con i fluidi corporei di una persona infetta, “come può verificarsi durante le procedure di assistenza sanitaria, o le pratiche di sepoltura tradizionali”.

Ad aumentare la confusione ci pensa la produzione incessante di news e aggiornamenti sulle sorti di uno sparuto numero di occidentali, in viaggio o residenti nelle zone contagiate che, accusati i primi sintomi sospetti, sono stati rimpatriati per essere sottoposti a cure. Un emotional story-telling in cui la voglia di operare una riflessione più approfondita sull’ultima crisi sanitaria del nuovo millennio non gioca alcun ruolo.

È notizia recente, ad esempio, la morte del missionario spagnolo rimpatriato dalla Liberia. Nel riportarla, i quotidiani non hanno perso l’occasione per alimentare il mistero: non si sa se il missionario sia stato sottoposto alla terapia sperimentale concessa dal National Institute of Health statunitense e già utilizzata nel tentativo di salvare due operatori americani, i quali sarebbero ora in fase di miglioramento. Il “siero sperimentale segreto” Zmapp, messo a punto dalla Mapp Biopharmaceutical Inc, non era mai stato testato sugli esseri umani. Tra le questioni da trattare ci sarebbero dunque, secondo l’OMS, l’etica dell’uso di terapie sperimentali la cui sicurezza non è provata, nonché questioni “deontologiche” che ne regolino accesso e distribuzione.

Scoppiata nel dicembre 2013 in Guinea, l’Ebola si è propagata negli stati confinanti Liberia e Sierra Leone. Un viaggiatore liberiano volato a Lagos ha trasmesso il virus in Nigeria. Il numero dei contagi è un’escalation continua: da 107 casi accertati ad aprile si è passati ai 932 del 6 agosto, con più di 1800 segnalazioni, di cui 1100 casi confermati. I morti sarebbero ormai più di 1000. Già a inizio luglio l’angolano Luis Sambo, direttore di OMS Africa, parlava di una vera e propria crisi sub-regionale. Per una malattia il cui periodo di incubazione varia dai 2 ai 21 giorni e che uccide con un’incidenza che oscilla tra il 60% e il 90% dei casi, l’aumento esponenziale dei contagi è sorprendente. Tra le cause maggiori riportate dai giornali, la diffidenza delle popolazioni locali nei confronti degli operatori sanitari stranieri e la riluttanza ad abbandonare i tradizionali metodi di sepoltura che prevedono il lavaggio manuale dei cadaveri.

Per Medici Senza Frontiere (MSF), che non ha mancato di polemizzare per il ritardo con cui l’OMS ha annunciato l’emergenza sanitaria, il virus è “totalmente fuori controllo” e i già fragili sistemi sanitari di questi Paesi sono al collasso. Intanto le voci non allineate puntano il dito contro MSF, rea di essere una creatura di Soros, dunque un dispositivo del sistema militaristico-umanitario occidentale, e si chiedono cosa ci sia realmente dietro la dichiarazione di emergenza: necessità di testare il siero e commercializzare nuovi vaccini? Legittimare l’invio di militari nella regione per altri scopi?

Finora l’estrema pericolosità del virus è l’unica cosa certa. In tale contesto, né le teorie complottiste né la narrativa sul controllo dell’epidemia associata al concetto di failed states sono di aiuto. Una reazione guidata dalla presunzione di superiorità culturale non può frenare la marcia del virus.

Photo © European Commission DG ECHO, 2014, www.flickr.com

 

L' Autore - Redazione Europae

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