martedì , 14 agosto 2018
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La Commissione boccia lo shale gas e rilancia la cooperazione per l’efficienza energetica

Sembra che l’Unione Europea non sia affatto pronta a intercettare la cosiddetta rivoluzione energetica dello shale gas (gas di scisto). Questo messaggio sembra trasparire con forza dalle parole che il Commissario Europeo per il Clima Connie Hedegaard ha pronunciato giovedì presso lo European Business Summit. Impossibile applicare in Europa quanto sta accadendo negli Stati Uniti, secondo il Commissario. L’amministrazione di Barack Obama sta infatti puntando con decisione sullo sfruttamento dello shale gas, che garantisce lo sviluppo di un nuovo settore produttivo, con la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro, e soprattutto mira a ridurre la dipendenza energetica degli States dalle importazioni di petrolio e gas naturale. Secondo alcune stime, gli Stati Uniti potrebbero addirittura divenire degli esportatori netti di risorse energetiche nei prossimi anni.

L’Europa si è invece dimostrata molto restia a sfruttare questa nuova fonte di energia, a causa di una regolamentazione ambientale più stringente e un diffuso scetticismo nelle opinioni pubbliche. Il processo di estrazione infatti, definito fracking, consiste nell’iniezione ad alta pressione di acqua e determinati reagenti chimici nel sottosuolo, in modo da fratturare le rocce di scisto sottostanti e liberare riserve di gas altrimenti irragiungibili. Fra i timori più diffusi circa questa particolare modalità di estrazione ricorrono quelli riferiti alle scorie inquinanti che essa produrrebbe e il rischio che tale procedimento possa produrre delle scosse sismiche.

La contrarietà della Commissione Europea a questa nuova risorsa tuttavia non costituisce un’opposizione di principio, tanto che Hedegaard ha sottolineato come “la Commissione non si occupa di shale gas. Se gli Stati intendono estrarlo, possono farlo. Spetta a loro la scelta del mix energetico nazionale”. Tuttavia il Commissario ha anche affermato che le future prospettive energetiche dell’UE non possono essere affidate alla mera imitazione della rivoluzione energetica di stampo americano, ma che esse passano per una più stretta cooperazione fra gli Stati membri e il mantenimento delle attuali regolamentazioni.

La risposta della Commissione ai promotori dello shale gas, che ne sottolineano il minore impatto in termini di emissioni rispetto ad altri combustibili fossili come il petrolio, si fonda invece su un rinnovato accento in materia di efficienza energetica. Sempre presso lo European Business Summit, il Commissario Hedegaard ha richiamato l’impegno europeo per una regolamentazione più efficace in materia, che guidi una nuova fase di innovazione e una maggiore liberalizzazione del mercato europeo dell’energia, in vista della creazione di un mercato realmente comune anche in questo settore.

Queste misure dovrebbero, nelle intenzioni della Commissione, ridurre i prezzi del gas naturale sul mercato europeo in modo più efficace rispetto allo sfruttamento dello shale gas. La questione rimane tuttavia altamente dibattuta. Negli Stati Uniti ad esempio il prezzo del gas naturale è sceso di circa il 67% fra il 2007 e il 2012, favorendo consumatori e imprese. Proprio i costi energetici eccessivi sopportati dalle imprese europee rispetto alle concorrenti di oltreoceano figurano fra le principali preoccupazioni di coloro che guardano con delusione all’approccio europeo. Paesi come la Francia, fortemente contrari alla pratica del fracking, starebbero privando l’Europa di un’opportunità economica significativa, tutt’al più in un momento di crisi come quello attuale.

Tuttavia, rimangono molto perplessità circa la possibilità di uno sfruttamento dello shale gas in Europa paragonabile a quanto accaduto negli Stati Uniti, anche nel caso in cui le opposizioni trasversali incontrate sinora dovessero cadere. Innanzitutto, mancano stime precise dei giacimenti europei, anche a causa del ritardo nelle trivellazioni. Inoltre, l’Europa è densamente popolata, molto più che gli States e spesso i giacimenti più promettenti si trovano nelle vicinanze dei centri abitati. Queste riserve, secondo stime del periodico britannico The Economist, dovrebbero abbondare in Francia, Polonia e in alcuni Paesi ai confini dell’Europa orientale, come Romania e Ucraina. Alcuni giganti energetici non hanno comunque rinunciato alle opportunità europee: così Exxon Mobil sta proseguendo nelle esplorazioni in Germania, mentre Royal Dutch Shell ha siglato un accordo con il governo ucraino che dovrebbe attestarsi intorno a un valore di 10 miliardi di dollari.

Rimane così aperto il dibattito sui combustibili fossili non convenzionali come lo shale gas. Certamente, un approfondimento circa i rischi ambientali e i costi di produzione, che sarebbero circa il doppio di quelli affrontati negli Stati Uniti, appare necessario. Solo in quel momento, probabilmente, si potrà adottare una decisione definitiva.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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