venerdì , 17 agosto 2018
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Il sito estrattivo ENI di Mellitah ©ENI

Petrolio libico, conteso e (poco) sfruttato

Per rendere lo scenario libico e la lotta per risorse e potere politico fra diverse fazioni ci dobbiamo allontanare dalla concezione immateriale e generale delle istituzioni nostrane. Piuttosto sembra più adatto un film ambientato in futuro post-apocalittico o in qualche medioevo distopico. Venuto meno Gheddafi, la rete di equilibri, alleanze, legami di sangue e comunione d’intenti  fra famiglie, comunità e etnie che compongono l’eterogeneo panorama sociale libico, sembra essersi ormai sfaldato. Il Colonnello, garanzia e garantito da tale sistema di potere, controllava e gestiva le attività estrattive del petrolio e, attraverso la distribuzione delle sue rendite, pari al 95% delle entrate governative, teneva sotto controllo gli equilibri e assicurava la fedeltà al regime. Ora, nella lotta per l’egemonia, il governo di Tobruch, quello di Tripoli e ISIS convergeno dal 2014 nella volontà di controllo della filiera dell’oro nero in un gioco a somma zero che consolida la tensioni esistenti e finisce per ridurre la stessa posta in palio.

Petrolio: fra presente e passato

Stando alle dichiarazioni di fine settembre dell’Arabian Gulf Oil Company, filiale della National Oil Company, si è arrivati a produrre 450 barili giornalieri, in crescita rispetto all’anno precedente. Certo la progressiva sconfitta dell’ISIS e l’acquisita superiorità del governo di Tobruch alleggerisce la situazione anche da un punto di vista economico, ma il risultato raggiunto non è indice di stabilità. La produzione sconta ancora e pesantemente delle tensioni esistenti che non garantiscono continuità alla produzione e rendono anche più difficile un equilibrio politico. Così le città di Sidra e di Ra’s Lanuf, strategiche per l’attività di raffineria e distribuzione del petrolio, sono state teatro di una triplice battaglia fra ISIS, milizie di Misurata, parzialmente fedeli a Tripoli, e Ibrahim Jadran, federalista e alleato con Haftar. Ugualmente l’oleodotto e le zone di estrazione di El Sharara sono contese tra Tuareg e milizie Zintan.

La drammatica dipendenza del petrolio dalle vicende politiche è, d’altra parte, confermata dai dati storici. Due sono le cadute della produzione a livelli vicini allo zero; la prima, nel 2011, all’inizio della Prima Guerra Libica, la seconda,  nel 2014, all’inizio della secondo conflitto civile. Entrambe sono poi seguite da una ripresa successiva che non si attesta ai livelli precedenti: 1,4 milioni di barili giornalieri tra il 2012 e il 2013, meno di un milione nel 2014, 400 mila nel 2015 e 450 nell’ultimo anno, contro una produzione costante di 1,6 milioni prima del 2011. Tutto ciò caratterizzato da fragilità e maggiori fluttuazioni rispetto al periodo pre-guerre.

Paralisi e divisioni interne, forse insanabili

Il paese resta diviso e le acquisizioni territoriali ed economiche dell’uno e dell’altro attore sono messe in discussione delle controparti. Il controllo dell’oro nero, mischiandosi irrimediabilmente con le tensioni fra gli attori, rende impossibile il godimento pieno dei suoi benefici e una pianificazione di lungo periodo nella produzione interna e nella distribuzione internazionale. Lo stesso generale Haftar, garante del governo di Tobruch, controlla sì il petrolio, ma non ha Tripoli, e pare che Tripoli non voglia lui. Ciò non contribuisce a conferigli legittimità internazionale, elemento importante nella vendita di un prodotto che ha mercato al di là del Mediterraneo. Il governo di Tripoli, d’altra parte, è debole militarmente e politicamente, forse non può neanche considerarsi un vero governo, però ha in mano la capitale e ha l’appoggio della comunità internazionale.

L’ottica internazionale

Tale situazione riflette, infine, le posizioni dei tradizionali partner politici e commerciali europei. La decisione non troppo nascosta della Francia nell’appoggiare Haftar potrebbe rappresentare una scelta troppo netta ai fini della credibilità di Parigi come futuro alleato economico. L’Italia, in direzione ostinata e contraria, punta invece sul governo di Tripoli, sebbene non in maniera troppo convinta. Il mantenersi, però, sulla stessa linea di ONU e degli Stati Uniti e la premura nell’aver mantenuto fino all’ultimo legami diplomatici oltre che economici, anche tramite l’ENI, potrebbe portare benefici nel lungo periodo. Tramite un delicato gioco di equilibrismi, Roma sembra puntare a rimanere l’unico attore europeo in gioco finito il conflitto. Non sempre però equilibrismo significa lungimiranza, soprattutto se il permanere delle tensioni rendono impossibile destreggiarsi sul filo sottile delle conflitto libico.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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