martedì , 14 agosto 2018
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Una piattaforma petrolifera nel Mare del Nord © Stig Nyggard - www.flickr.com, 2008

Norvegia: cala l’allarme per l’anno nero del petrolio

A quasi dieci mesi dall’inizio della caduta del prezzo del petrolio sui mercati globali, le paure di conseguenze tragiche sull’economia del più grande produttore di greggio dell’Europa occidentale – la Norvegia – sembrano essersi parzialmente ridimensionate. Questa sicurezza sarebbe da attribuirsi alla presenza nel Paese del più grande fondo sovrano di investimento al mondo, che, alimentato dalle rendite del petrolio, garantisce una fonte di investimento anche in caso di recessione economica.

Un serbatoio di energia per l’UE: la Norvegia

I settori petrolifero e del gas ricoprono da decenni un ruolo insostituibile nell’economia della Norvegia, contribuendo a farne il secondo Paese per PIL pro capite in Europa dopo il Lussemburgo. Prova di questo è il fatto che nel 2012 l’export di queste due risorse costituisse il 52% dei ricavi totali per esportazioni del Paese, corrispondenti al 23% del PIL, nonché un terzo delle entrate pubbliche. Di queste esportazioni, più dell’85% è destinato a Paesi dell’Unione Europea, principalmente Germania, Francia e Paesi Bassi. L’insostituibilità del settore per l’economia norvegese è potenzialmente un fattore di rischio, essendo il Paese soggetto all’oscillazione dei prezzi su scala globale, spesso controllati da attori di cui non fa parte, come l’OPEC.

Le conseguenze della caduta dei prezzi

Non sorprende per questo la preoccupazione del Paese per il crollo dei prezzi del petrolio, che da metà 2014, dopo quasi cinque anni di stabilità, ha portato ad una diminuzione di più del 50% delle quotazioni, passando da quasi 100 dollari al barile a prezzi che oscillano tra 45 e 55 dollari nei primi mesi del 2015. Le conseguenze non hanno tardato a farsi sentire. Statoil, la più grande compagnia petrolifera del Paese – controllata al 70% dallo Stato – ha subito nel quarto trimestre del 2014 un calo del 36% dei rendimenti rispetto all’anno precedente.

La forte diminuzione delle entrate provenienti dall’esportazione di petrolio e gas naturale ha portato a tagliare le previsioni di crescita del PIL per il 2015 da 2,1% all’1%. Restano ancora da comprendere le conseguenze sull’economia reale. Da una parte, si parla di tagli nell’industria dell’energia in termini di investimenti a lungo termine per la ricerca, l’estrazione e la raffinazione – trend che comunque si inserisce in un contesto di generale aumento dei prezzi di produzione in Norvegia e conseguente diminuzione della produzione di petrolio dopo un picco nel 2001. Parallelamente, ci sarebbe un taglio di 12.000 posti di lavoro, che potrebbero raggiungere le 30.000 unità secondo alcune previsioni, rischiando di lasciare l’industria priva della capacità necessaria in caso di una ripresa.

Il fondo sovrano norvegese

Nonostante questi dati, le perdite si inseriscono in un contesto economico particolarmente solido. La Norvegia ha ad esempio un debito pubblico che è andato diminuendo durante gli anni della crisi europea, e che ammonta a solo il 30% del suo PIL – il che permetterebbe eventualmente al governo di spendere in disavanzo, se richiesto dalla situazione economica e sociale.

Ancora più fondamentale per la sicurezza economica del Paese è la presenza del più grande fondo sovrano di investimento al mondo, il ‘Government Pension Fund Global’, che attualmente ammonta a quasi 800 miliardi di euro e che continuerà a ingrandirsi nei prossimi anni. Quest’ultimo è stato creato nel 1990 per raccogliere gli introiti provenienti dal petrolio e dal gas naturale, sia in termini di tassazione della produzione, sia per quanto riguarda i guadagni dovuti alla partecipazione statale nel settore. Il suo ruolo è quello di proteggere il Paese dagli effetti dell’oscillazione del prezzo del greggio e rappresenta un investimento a lungo termine per mantenere lo stato sociale norvegese, permettendo al governo di utilizzare fino al 4% del suo valore ogni anno, se necessario.

In questo contesto, le conseguenze del calo dei prezzi ne uscirebbero ridimensionate. A questo potrebbero anche contribuire sia la crescente centralità per l’UE delle forniture norvegesi in termini di sicurezza energetica a fronte della situazione ucraina, sia la possibilità di un futuro rialzo dei prezzi che – come dimostrato dalla recente impennata dopo la decisione dell’Arabia Saudita di intervenire nel conflitto in Yemen – possono rispondere repentinamente a fattori geopolitici imprevisti.

L' Autore - Riccardo Trobbiani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche - Studi Europei presso l’Università di Bologna (Polo di Forlì) nel 2015 e in International Relations (MSc) presso la University of Bristol (UK) nel 2014. Romano, europeista e appassionato di politica europea e geopolitica. Mi interesso attualmente di politiche regionali e di coesione dell’UE alle quali ho dedicato la mia tesi magistrale italiana – incentrata sul tema del lobbying regionale nei confronti delle istituzioni europee – che è stata in parte ricercata e scritta durante un tirocinio di quattro mesi a Bruxelles presso l’ufficio di rappresentanza della Regione Emilia-Romagna. Felice di poter collaborare con Rivista Europae, iniziativa molto interessante in un periodo di grande disinformazione sulle politiche europee in Italia.

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