venerdì , 26 maggio 2017
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Photo © Day Donaldson, 2014, www.flickr.com

OPEC: cala la produzione, sale il prezzo

Fumata bianca a Vienna. I timori tanto paventati sull’impossibilità di raggiungere un’intesa fra stati Opec e non Opec sul prezzo del petrolio e sul conseguente collasso dell’organizzazione sembrano essere stati il reale motivo di ricongiungimento per tutti gli attori. L’accordo dovrebbe determinare una diminuzione generale della produzione giornaliera di petrolio da parte dei partecipanti all’accordo, ovvero i principali produttori di oro nero ad esclusione degli Stati Uniti. Obiettivo finale era l’aumento generale del suo prezzo mondiale che dagli oltre cento dollari al barile era crollato, a metà del 2014, a poco più di 40. I mercati sembrano aver già dato fiducia all’intesa e già a dicembre il prezzo del brent ha raggiunto i 55 dollari al barile.

Il Concerto dei Produttori: l’orchestra è cambiata

L’Arabia Saudita sembra aver fatto concessioni. Fulcro dell’Opec, sembra disposta a ridurre la produzione di 486 mila barili al giorno, cui si devono aggiungere le riduzioni di Qatar (30 mila barili al giorno), Emirati Arabi Uniti(139 mila barili al giorno) e Kuwait (131 mila barili al giorno). Sul versante economico si tratta del compromesso necessario a determinare un incremento dei prezzi mondiali. La possibile perdita dovuta al decremento della produzione dovrebbe infatti essere controbilanciata da un guadagno sull’incremento di prezzo.

Non bisogna però sottovalutare l’impatto politico di tale decisione. Il summit sembra aver definitivamente dimostrato l’impossibilità per l’OPEC di determinare il prezzo del petrolio senza preventivamente accordarsi con una delle maggiori grandi potenze al di fuori dell’Organizzazione: la Russia. Mosca, giorni di prima del summit, sembra sia stata corteggiata da Venezuela e Algeria affinché durante il vertice viennese si raggiungesse un accordo.

Infine, allontanandosi dalle contese delle grandi potenze, l’accordo ha provocato un assestamento nel sottobosco di quelle di media grandezza. Ne esce penalizzato l’Iraq, che non è riuscito a mantenere intatta la sua quota di produzione come aveva sperato in virtù delle evidenti difficoltà politiche e sociali. La potenza islamica che, in controtendenza, è riuscita a mantenere intatta la sua produzione è invece l’Iran, che segna un incremento della propria quota di 90 mila dollari al giorno, consolidando la sua posizione nel mercato energetico e nel panorama geopolitico internazionale.

Un cartello, molti attori.

Tutti gli attori si sono dimostrati disposti ad abbassare la produzione, a patto di non essere i primi a farlo. Una volta raggiunto un accordo, invece, ciascuno ha interesse ad aumentare la produzione a patto che nessun altro reagisca. Una reazione infatti, innescherebbe di nuovo la competizione, in questo caso sulla quantità, a detrimento dei guadagni generali. Questa è la logica dietro ad accordi poco vincolanti, senza meccanismi di punizione per i trasgressori.

Dato il gran numero di attori, governi, capi di stato e interessi però, spesso contrapposti, la grande incognita è quale sia la probabilità che ciascun attore possa contravvenire all’accordo, rischiando di innescare una competizione sempre più sporca, lontana da logiche strategiche di oligopolio. L’oscillare, più o meno ampio, degli attori fra l’opportunità di venir meno ai patti e il rischio di far saltare un compromesso (e quindi un guadagno sicuro e condiviso) segnerà la tenuta dell’accordo di fronte al susseguirsi di mutamenti internazionali.

L’arbitro

Grande arbitro potranno essere gli Stati Uniti, assenti ma capaci di determinare il battito dell’accordo. È vero, infatti, che le potenzialità dello shale gas come fonte energetica sono ancora da dimostrare completamente, ma è altrettanto vero che gli Stati Uniti hanno dimostrato una notevole capacità di tenuta in questi anni di braccio di ferro con l’Opec.

I prezzi bassi e gli scarni profitti potrebbero aver portato a una riorganizzazione del settore energetico americano, in grado di privilegiare gli attori più competitivi. In uno scenario di prezzi in crescita (e superiori ai 50 dollari al barile) gli USA sembrano avere tutte le carte in regola per mostrarsi rinvigoriti, attivi e in grado di giocare un ruolo di attore centrale nel mercato internazionale degli idrocarburi.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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