giovedì , 16 agosto 2018
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Photo © NWFblogs, 2010, www.flickr.com

Prezzo del petrolio: il declino non si arresta

Da diversi mesi, si assiste a crolli continui del prezzo del petrolio, un fenomeno abbastanza inusuale nel lungo periodo, che trova disarmata l’alta finanza, che non ama i cambiamenti incontrollabili e improvvisi. Il declino è iniziato a partire dallo scorso autunno, fino ad arrivare alla quotazione di 47 dollari al barile. Negli ultimi sei mesi, il petrolio ha perso più di metà del suo valore, considerando il prezzo di 110 dollari al barile dello scorso luglio. Un calo enorme, se rapportato al massimo storico del greggio di 146.50 dollari, raggiunti l’11 luglio 2008 a causa della bolla speculativa che ha colpito tutti i Paesi occidentali. Diversi esperti hanno analizzato le cause per poter spiegare perché, in pochi mesi, il prezzo del petrolio sia precipitato a questi livelli.

Prima, la questione economica. L’aumento della produzione del petrolio a livello mondiale ha determinato un eccesso di offerta, che si è tradotto in una diminuzione dei prezzi. A capo di questa tendenza ci sono gli Stati Uniti, che, grazie all’estrazione di petrolio in North Dakota e Texas con la tecnica del fracking (basata sulla fratturazione idraulica, considerata insostenibile e pericolosa da molti rapporti Greenpeace), hanno visto aumentare la loro produzione, raggiungendo livelli vicini a quelli dell’Arabia Saudita. Anche Russia e Libia hanno però registrato un incremento considerevole della produzione di greggio, raggiungendo rispettivamente 11,48 milioni e 925.000 barili al giorno. Questo aumento si è però scontrato con la riduzione dei consumi di oro nero a livello mondiale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha abbassato per cinque volte nel corso del 2014 la previsione di crescita della domanda cinese, ma i consumi sono calati anche in Europa e in Giappone.

Poi, una questione politica. Ad approfittare di questa iniziale caduta dei prezzi è stata l’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), che detiene il 75% delle riserve petrolifere mondiali accertate, e dal quale sono esclusi Canada, Australia, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. La decisione presa lo scorso novembre dall’OPEC di non ridurre la produzione di 30 milioni di barili al giorno è stata la causa principale dell’accelerazione della caduta dei prezzi.

Per la prima volta, il cartello non ha reagito di fronte ad una variazione dei prezzi così importante. Secondo molti, il motivo principale di questa scelta è stato il conflitto energetico tra Arabia Saudita e Stati Uniti – Canada. Tenendo basso il prezzo del petrolio, i sauditi stanno rendendo non conveniente per gli Stati Uniti l’estrazione di greggio con il fracking, molto più costosa delle tecniche tradizionali. Di conseguenza la produzione USA è diminuita e i produttori in North Dakota, Alaska, Texas e Louisiana sembrano in difficoltà. Anche il Canada ha accusato il colpo e la banca centrale canadese ha tagliato i tassi per controbilanciare gli effetti negativi del crollo del prezzo del petrolio.

Questa strategia sta indebolendo economicamente anche la Russia di Putin, che ormai da troppo tempo sta utilizzando le proprie riserve valutarie per difendere il rublo dalle pressioni speculative. Anche l’Iran sembra essere nelle mire di questo gioco politico dopo che l’apertura degli Stati Uniti nei suoi confronti, per liberare petrolio e gas naturale da esportare, ha minacciato la supremazia geopolitica dell’Arabia Saudita nel Medio Oriente. Grazie ai costi di produzione più bassi del mondo e le enormi riserve a loro disposizione, i sauditi stanno perseguendo l’obiettivo di controllare il mercato mondiale del petrolio.

Nonostante la scarsa elasticità dei prezzi al dettaglio, la guerra del greggio sta avvantaggiando le economie mondiali. Secondo Tom Helbling del FMI, quando il prezzo del greggio cala, le risorse si spostano dai produttori ai consumatori. In particolare, ne trarranno beneficio i consumatori dei Paesi nei quali la bolletta energetica risulta più elevata. In uno scenario per il 2015 che vede il prezzo del petrolio intorno ai 50 dollari al barile, si stima una spinta per il PIL dell’Italia pari allo 0,5%, per la Spagna dello 0,3%. Le piccole imprese saranno avvantaggiate più delle grandi aziende, ormai troppo internazionalizzate per risentire della diminuzione dei costi. I benefici ricadranno anche sul settore dei trasporti e l’industria. A riprova di questo, in Italia, il costo del carburante è già diminuito del 15% rispetto a un anno fa.

L' Autore - Elisa Pulvino

Laureata in Scienze Politiche - percorso di Cultura Politica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sulle politiche energetiche europee relative al gas naturale. Da sempre appassionata di geopolitica, storia contemporanea e difesa dei diritti umani. Nutro un forte interesse per le politiche energetiche adottate dall’ Unione Europea in vista di uno sviluppo sostenibile per le generazioni future. Dopo la laurea, ho frequentato un corso di perfezionamento della lingua inglese a Newcastle Upon Tyne e mi piace definirmi cittadina del mondo. Orgogliosa di scrivere per Europae.

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One comment

  1. Il petrolio è calato ,ma al distrbutore non si vede ,è un problema solo italiano come sempre,è incredibile.

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