venerdì , 17 agosto 2018
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Prezzo del petrolio in calo: effetto del boom americano?

A metà giugno il prezzo del brent era intorno ai 115 dollari al barile: da quel momento è iniziata una progressiva discesa che lo ha portato a toccare all’inizio di ottobre un minimo a cui non si avvicinava da molto tempo, poco più di 85 dollari. Una tale diminuzione di prezzo sembra difficile da spiegare, soprattutto in un momento in cui un grande produttore come l’Iraq è di nuovo in difficoltà a causa dell’avanzata dell’ISIS, che ha minacciato alcune attività produttive nella regione di Kirkuk, anche se non è compromesso al momento il grosso della produzione petrolifera irachena, che avviene invece nel sud del Paese, ancora sotto controllo del governo di Baghdad. Il ruolo dell’Arabia Saudita nella regione è determinante: Riyadh è intenzionata a mantenere il primato nel Golfo Persico e non ha quindi interesse a che l’Iraq sviluppi ulteriormente la sua capacità produttiva.

Il calo del prezzo del greggio è però dovuto agli effetti della rinnovata produzione petrolifera americana, la rivoluzione shale che ha interessato gli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni 2000, da quando cioè sono state perfezionate le tecniche di fratturazione idraulica e di trivellazione orizzontale, che hanno permesso di recuperare vaste riserve di gas prima inesplorate. Una volta diminuito drasticamente il prezzo del gas (da circa 13 dollari a poco più di 3) le compagnie petrolifere americane hanno iniziato a convertire l’estrazione verso il petrolio, detto tight oil, utilizzando la stessa procedura. Gli effetti di questo boom produttivo sono oggi sul mercato nella forma di una abbondanza dell’offerta di petrolio.

Molta offerta a parità di domanda, il prezzo scende: in condizioni in cui la domanda è addirittura diminuita, per effetto della lunga crisi dei consumi europea e il rallentamento cinese, il prezzo è sceso di molto. I Paesi Opec si riuniranno a novembre, anche se potrebbero decidere di anticipare, ma che cosa sceglieranno di fare non è ancora chiaro. Infatti il basso prezzo del barile li danneggia, perché diminuisce i profitti e le entrate per lo Stato, che in molti casi corrispondono alla spesa pubblica e dunque a consenso interno. Senza le entrate garantite dal petrolio, l’Arabia Saudita, l’Iran, il Venezuela rischierebbero di sollevare il malcontento della popolazione, costretti da politiche di bilancio fiscale più attente.

Le differenza però non sono poche: il Fondo Monetario Internazionale calcola un prezzo del petrolio “break even” sotto il quale le finanze dei Paesi produttori entrerebbero in difficoltà. Nel caso iraniano, questo prezzo è molto alto (130 dollari) e non viene raggiunto da tempo. Per l’Arabia Saudita è invece un valore più basso, intorno ai 90 dollari, e non è stato ancora raggiunto. Per questo, diversi analisti immaginano che i sauditi possano giocare sul prezzo basso e mantenerlo per almeno un anno, senza dunque attuare alcuna correzione per frenarne la caduta (ovvero un taglio della produzione e dell’offerta): in questo modo, il boom americano dello shale potrebbe rallentare, perché  l’estrazione di petrolio dalle rocce scistose è costosa e conviene solo per un prezzo superiore ai 75 dollari al barile. A 80, molte piccole imprese americane attive nell’estrazione avrebbero difficoltà a ripagare i prestiti contratti per avviare le attività e dovrebbero aumentare di molto i volumi di produzione per mantenere solidi i bilanci.

I sauditi, dal canto loro, hanno riserve monetarie tali da potersi permettere di non rivedere la spesa pubblica, se anche la loro rendita petrolifera dovesse diminuire, almeno nel breve periodo. Una simile tattica incontrerebbe però la resistenza di chi non si trova in quella situazione e non vuole rischiare tumulti interni. Un esempio è la Russia, che non è parte dell’Opec, ma ha sicuramente molto da perdere, in termini di stabilità finanziaria, se il greggio rimanesse ai livelli attuali troppo a lungo. I primi effetti sul bilancio ci sono già stati, e Mosca ha annunciato che nel 2016 taglierà il bilancio della difesa del 5.3%, per la prima volta dal 1998.

Per l’economia mondiale, la notizia potrebbe però essere positiva, e agire da bilanciere rispetto al perdurare della crisi europea e agli effetti del progressivo venire meno degli stimoli monetari delle banche centrali, soprattutto di quella americana.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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